martedì 20 novembre 2007

fame


“Ma non potrei ingozzarmi fino a starne male, fino a stufarmi?
Se ne sento lo stimolo perché non soddisfarlo?
Hai un bel dire tu che il mio equilibrio naturale richiede un tot di cibo ad un tot di ore.
Ho bisogno di sentire i denti che masticano, che sbattono, ho bisogno di sentirmi pieno, di scoprire i colori delle nuove merendine, ho bisogno di latte, di sapori e li voglio adesso.
Hai un bel dire di scavare nel passato per trovare la causa di questa fame: dove è ora il mio passato?
Come? Che cavolo vieni fuori con queste idee secondo cui è colpa della cultura, che non c’è senso di misura, che tutto ruota intorno a me? E allora? Sono io che faccio questo cazzo di lavoro, sono io che mi barcameno e non so che cosa succederà domani”.

Non solo le rispettavo le parole di R., ma anche le condividevo: forse la misura da cui partire non è un limite ideale che immaginiamo tracciato dalla natura o dalla tradizione. Forse la misura delle cose è data dalla sofferenza. E dalla possibilità di ascoltarla.
E poi R. ha visto la sorte di suo padre fumatore e ha guardato negli occhi la propria figlia e vi ha letto il bisogno di un padre presente e il baricentro si è spostato: è la cura per lei che da quel giorno gli ha dato la misura nel cibo.

la natura del melo


Non so se sia la percezione della presenza della vecchiaia o l’imbattersi in disavventure di malaburocrazia o il semplice insistere su ciò che ci sembra veramente amabile…fatto sta che rileggendola a distanza di vent’anni questa pagina di Jung ha accarezzato la mia serenità e l’ho appesa nella bacheca con i post-it della spesa:


"A me non interessa il mondo. Mi interessando le persone con cui vivo: il resto del mondo è tutto nei giornali. La mia famiglia, i miei vicini, sono loro la mia vita: l’unica vita di cui posso avere esperienza; il resto è mitologia giornalistica. Non è poi così importante che io faccia carriera o realizzi grandi cose per me stesso. Ciò che conta e dà senso alla mia vita è che io viva nel modo più pieno possibile per realizzare la volontà divina che è in me.
Questo compito mi occupa a tal punto che non mi resta tempo per nient’altro. Vorrei farvi notare che se tutti vivessimo in questo modo, non avremmo più bisogno di eserciti, né di polizia, né di diplomazia, di politica, di banche. Avremmo una vita ricca di senso e non, come, ora pura follia.
Ciò che la natura richiede al melo è che produca mele e al pero che produca pere. Da me la natura vuole che io sia semplicemente un uomo, ma un uomo cosciente di ciò che è e di ciò che fa. Dio cerca nell’uomo la coscienza. È questa la verità della nascita e della resurrezione di Cristo dentro di noi. Quando sempre più uomini pensanti arriveranno a questa verità, quella sarà la rinascita spirituale del mondo. Cristo, il Logos: cioè a dire, la mente, l’intelligenza, che risplende nella tenebra. Cristo rappresentò una nuova verità sull’uomo.
Non esiste l’umanità. Io esisto, voi esistete. L’umanità è soltanto una parola. Siate ciò che Dio vuole che siate; non vi preoccupate per l’umanità. Preoccupandovi dell’umanità, che non esiste, eludete il compito di guardare ciò che esiste: il Sé.

Fate come l’uomo che, affacciandosi sul campo del vicino, gli dice: “Guarda, un’erbaccia. E un’altra. Perché non zappi più a fondo? Perché non tieni pulita la tua vigna?” E intanto il suo campo, alle sue spalle, è pieno di erbacce".
“Jung parla”, Adelphi , 1995

lunedì 12 novembre 2007

un cervello a 3 piani


Credimi: non so se l’ho sognato oppure immaginato. Il mio cervello.
Come una casa a 3 piani.
Nello scantinato la famiglia. La gioia dei figli. Gli istinti come radici vive che vogliono completarsi.
Poi il tronco centrale, inarcato verso l’esterno. Il lavoro. Il comunicare. Il trafficare. Il relazionare. L’intrecciare.
E infine le foglie. La meditazione. Il respiro. La tranquillità dello spirito.
(ricordo i colori: radici-famiglia-sangue: rosso/marrone; secondo piano: colore che dal marrone va al rosa, colore delle mani. Dita intrecciate; in alto colore celeste, grigio trasparente)

i racconti di nonna Gina


I racconti di nonna Gina.

Non ero triste ai tuoi funerali e questo, questo è stato il mio omaggio per te, nonna.
E tu l’hai capito.
Ma ora che scrivo mi immagino altri orecchi e quindi devo spiegare.
(Mi divertirebbe l’idea di spiegarti che cosa è un blog. A te che mi narravi il tuo blog ogni pomeriggio, dopo la scuola).
Non ho una cornice in bianco e nero in cui esaltare episodi storici come nella tua giovinezza.
Ma una cosa, sì. Questo va condiviso. E’ l’amore per le mie figlie.
Sei viva, nonna. Sei salda davanti ai miei occhi e mi ami completamente.
Sei viva, nonna, mentre accarezzo le mie figlie.


Lille (Francia). 1940 ca.

Per me ha un sapore diverso. La pastasciutta.
Me li immagino al sugo di pomodoro, gli spaghetti, e raccolti in una pentola fumante al centro della tovaglia a quadroni bianchi e rossi. Sì, come nella pubblicità.
Ma non ci sono persone intorno al tavolo. Si avverte la loro presenza, ma nel senso che volevano essere lì, avrebbero dovuto essere lì; come posso dirtelo? Come posso descrivere una scena che la nonna ha raccontato decine e decine di volte a me, a me bambino.
E me l’ha raccontata per darmi un passato, anzi, di più: è stato un po’ come il suo lascito per l’educazione del nipote, quella pastasciutta.
E la bomba? La bomba caduta sulla pastasciutta. Come si è saputo in seguito dal racconto dei vicini. Non ho mai chiesto a mia nonna come avesse fatto la pentola ad essere già sul tavolo e loro già scappati. Non era questo, no: l’importante era raccontare e raccontare quello che era successo.
“Ti ho raccontato di quella volta che”. E la cosa strana è che alcuni parenti pensavano che mia nonna stesse diventando arteriosclerotica. Raccontare e raccontare più volte. E’ strano che gli adulti non lo capiscano, mentre ai bimbi appaia normale. Forse sono abituati a risentire le loro storie del cuore, a ripassare i contorni dei loro disegni preferiti, a trovare conforto nei gesti rituali della sera.
“Così siamo dovuti scappare”. E poi quella domanda che dava al racconto sfumature epocali: “Chi avrebbe immaginato che potessero sfondare la Maginot?”
La Maginot. Adesso sorrido, sembra il nome di una sorella. A volte la nonna sottolineava “la linea”, la Linea Maginot, e la descriveva in tutta la sua possanza e sicurezza.
Avevano varcato il confine, i Tedeschi; oltrepassato il limite.
“Così siamo tornati in Italia e tuo nonno è dovuto andare in Russia”.
Nessun altro accenno al nonno morto al fronte, né al nemico russo né ai Tedeschi. Nessun disprezzo nelle sue parole. Nemmeno risentimenti.
Una volta, ricordo, aveva accennato al buco sul tetto, a come la bomba fosse caduta proprio sulla tavola. Erano descrizioni di altre persone: andavano dette, sì, ma come si elencano i risultati di squadre diverse da quella del cuore, un po’ per dovere di cronaca.
Adesso che guardo questo evento-talismano che la nonna mi ha riprodotto, ne vedo anche altri aspetti ripetutamente scolpiti: “E sul treno tuo papà ha avuto la diarrea”; “quando siamo arrivati eravamo tutti neri di carbone”; “i rifugi sotterranei erano allagati”.
E poi il suono. C’era un prima della bomba: il nonno che la sera suonava il mandolino “e insegnava ad altri Italiani. Gratuitamente , eh, gratuitamente”. E poi l’allarme della contraerei.
È così che nel mio orizzonte di senso la guerra è rimasta senza senso.
Il vapore degli spaghetti fumanti. La gioia di vivere.


Omero

Mi hai raccontato che bambina ti nascondevi con la candela nell’armadio per leggere. Se ti scoprivano, ti sgridavano.
E una volta ti sei addormentata.
E poi mi regalavi libri, mappamondi, enciclopedie, dizionari, raccolte musicali.
E non hai fatto nemmeno le elementari.
Eppure so che rideresti se ti dicessi che il mio prof. traduceva le versioni dal greco sostenendo che il poeta “con i suoi versi incitava i soldati alla battaglia”.
Eppure il prof. era della tua generazione, aveva sentito il sibilo delle bombe.
Così ho anche questo debito con te: mi hai spiegato il poeta, hai incarnato Omero per me bimbo.
L’altro giorno un signore si lamentava della politica e dei giovani: “ci vorrebbe una guerra”.
L’ha detto. Alcuni annuivano.
Non ha avuto una nonna, ho pensato.
Altrimenti avrebbe saputo: non è necessario un fucile, basta un racconto.
Sono i racconti, le tue parole che permettono alle battaglie di trovare spazio nella nostra vita.
Non occorre viverla. Basta riviverla, la guerra.
“Cantami, o diva, l’ira funesta del pelide Achille, perché non serva più la sua presenza”.


Il maglione giallo.

Sferruzzi. Continui a sferruzzare. Non so se i maglioni a trecce mi piacciano così tanto.
Sono essenziali, questo sì, nel caldo della loro lana.
Gomitoli, gomitoli, maglioni.
Ecco che cosa vive di te, in me: questo centro di trasformazione. Fili, fili, matasse da ogni direzione. Accolti.
E trasformati.
Tutto il passato (ehi, parlo di antenati, anfibi, amebe) modellato e cucito con una misura:
speranza.

Presenza.

Mica lo sapevo di volerti bene. Mica me lo sono mai posto il problema.
Mica mi domandavo se eri viva o se sei davvero morta.
Mica dubitavo delle tue parole.
Mica mi meravigliavo se ti ripetevi.
Mica pensavo che tu avessi dei difetti, o dei pregi.
Mica ti chiedevo perché pregavi. Mica me lo dicevi.
Mica ti spiegavo che crescevo. Mica me lo impedivi.
Mica è difficile da capire:
sei qui.


In viaggio.

“I viaggi,i viaggi. Guarda i ricchi: viaggiano.”
Credevo fosse una frase di tua madre, e della madre di sua madre e, insomma, quasi una scrittura proteica incastonata nel tuo Dna: “i ricchi, i principi viaggiano: è la loro scuola”.
Poi penso alla mia foto di bambino di otto anni sul tuo passaporto.
E quando in taxi a Rio ci obbligavano a comprare il caffé: ‘era la mafia’ ed eri tranquilla quando lo dicevi.
A Buenos Aires prendevamo un 384 un po’ scalcagnato. (E non ho mai capito se quell’acqua fosse potabile).
Alla festa di mezzanotte quando i turisti inglesi festeggiavano nella nave aspettavo di mangiare la pizza. Nella cuccetta dormivi di fianco perché la schiena diventasse montagna per i miei soldatini.
E i tappeti a Lisbona? L’oceano?
Sì, nonna, ora capisco quel lungo viaggio: anche il mio Dna, hai voluto arricchire anche il mio Dna.



Suggello.

Non ricordo che cosa hai detto agli altri o degli altri.
Suggello la mia riconoscenza con questa certezza:
non mi hai mai giudicato.
Grazie, nonna. Grazie.


mercoledì 7 novembre 2007

pacco


R. ci tira un pacco. Guardiamo in profondità il pacco.
Inspiro: Pacco - Espiro: Elementi di non pacco
Inspiro: Sangha – Espiro: Sorrido



Cari amici di Sangha,
benvenuti! Come state?
Da parte mia la sensazione prevalente in questi giorni è quella di felicità e completezza ed è un regalo della nuova bimba arrivata in famiglia: A.
Tra i momenti di trepidazione e gioia che un parto porta con sé, volevo condividere con voi il momento in cui ho tagliato il cordone ombelicale della piccola A.: un momento in cui si è naturalmente concentrati e in presenza mentale: spontaneamente ho regalato ad A. queste parole:
Respira, sei viva!
Ops, ma le abbiamo già incontrate da qualche parte! :-)

Così questa mia prima condivisione è un intreccio di meditazione e quotidianità…

La seconda condivisione è un vero e proprio pacco.
Per un impegno (come si usa dire?) inderogabile, non posso partecipare fisicamente con voi ai primi due incontri.
Non so voi, ma per me la prima sensazione è stata quella di delusione.
E allora via a respirare: respiro ‘delusione’.
Aspetto che questa sensazione si lasci abbracciare e mi sveli anche una sfumatura di rabbia.
Lascio a voi respirare le vostre sensazioni: indifferenza, senso di inganno, confusione, risentimento, dubbio o semplicemente senso di sollievo….
Certo è comodo per me far parte di un sangha che abbraccia i propri oggetti mentali, ne vede l’impermanenza e li lascia andare…fiuuu :-)

Adesso che nel pacco c’è “+ spazio”, invito voi a mettere dentro qualche cosa.
D’altra parte non diciamo sempre che i fiori di loto crescono nel fango (ok un altro punticino a mio favore, ma questa era un po’ tirata…)
E allora: dove vedo ‘pacco’, posso vedere anche elementi di ‘non pacco’; e voi?
Intanto nel pacco metterei qualche domanda: chi è rossano? Chi sono gli altri membri del sangha? Chi è presente qui in questo momento? O, meglio: dove finisce ognuno di noi e dove inizia l’altro?
Qual è la percezione alla base della ‘sensazione che qualcuno mi abbia tirato un pacco’?
È forse la percezione di un sé separato?
Questo ci può aiutare anche nella meditazione e particolarmente con le tradizioni in cui viviamo o a cui ci richiamiamo. Ad esempio Buddha ci invita a considerare che: “siamo vuoti”, ossia che per esempio buddha e noi non siamo due entità separate. Il buddha è in me/voi e io/noi in lui.
Ehi, ma questa è una bella notizia! Di colpo non solo buddha ma anche r. può dire: ci sono, sono qui con voi!
Allora connettiamoci…vediamo un po’ di attivare le frequenze d’onda che ci permettono di rimanere in connessione: amore, attivato; consapevolezza, attivata; concentrazione, attivata.
Ok, allora connessi, si parte :-)
Un abbraccionissimissimo.
r.

giovedì 18 ottobre 2007

papà


E poi questa telefonata si è trasformata in una meditazione.
Sì, perché abbiamo iniziato parlando di quello che non va… e dei colleghi e le istituzioni… e poi abbiamo indagato sulle emozioni presenti e sulle possibilità di agire.
E i nostri pensieri/emozioni ci hanno richiamato una situazione dell’infanzia e siamo stati catapultati nella nostra cameretta e sulle sensazioni che il comportamento di nostro padre procurava.
E poi ci siamo scoperti diversi o, meglio, abbiamo considerato diverse le condizioni presenti: nostro padre agiva così perché tali erano allora le condizioni.
E poi abbiamo considerato che siamo diversi da quel bambino chiuso nella cameretta:
pur ammettendo determinate emozioni, siamo in grado di comprenderle e di agire diversamente.
E ancora di +: quel padre è vivo solo nel momento in cui vive tramite me; è una sorta di software che posso attivare o no.
Ma ancora oltre: un software riscrivibile. Consapevole di determinate condizioni, in base a come parlo e agisco, quel padre parla e agisce diversamente.
Mio padre si trasforma tramite me.

martedì 16 ottobre 2007

individualità


Indossò un corpo.
E vidi in sogno che tutti lo sostenevano.
E lasciavano agire.

Anche l’individualità è un software.
Certo certo: non è l’hardware;
non è il tronco né la radice:
ma perché lasciar marcire uno dei frutti?
Uno tra i frutti possibili. Punto.
Uno tra gli sguardi della visione infinita.
What’s the matter with that, mate?
Perché il rifiutare è un’altra faccia del trattenere.
E allora lascio che maturi, nella sua particolarità.
E non sono così stupido da non cogliere il sapore della terra,
nel frutto.

giovedì 4 ottobre 2007

confini

Post-it lasciato appeso sul frigorifero:

Inspiro: dentro - Espiro: fuori
Inspiro: confine -Espiro: accade
Inspiro: confine -Espiro: consapevole
Inspiro: confine - Espiro: lascio andare
Inspiro: natura vera -Espiro: libera dai confini
Inspiro: al di là di ogni divisione - Espiro: sorrido

- Sì, ieri sera ho visto il video “Borderline”, girato da R. in India.
Un video sui “Confini” e sui tentativi di varcare le divisioni politiche, sociali, razziali….
Ops! Quanti confini ho già creato con quello che ho scritto qui sopra?
Ieri-oggi / visto-non visto/ R.- nonR./ in India-altrove/ inchiostro nero-foglio bianco/ riga-altra riga/ scrivo-leggi….
La conoscenza stessa è un confinare; il nominare è separare e quindi porre un confine.
Questo separare mi ricorda qualche cosa: forse, uno dei simboli per eccellenza della separazione:
“L’albero del bene e del male”.
Ah, già! Nella Genesi, nell’inizio di ogni nostro atto c’è un dare confine.
Ehi, ma non c’entrava forse un ‘peccato’ con quel albero?
All’origine di ogni nostro atto conoscitivo c’è una ferita.
La nostra Anima (scusa, Mente, altrimenti mi confinano come démodé) porta in sé questo peccato originale; anzi, ciò che ci ‘anima’ (proprio nel momento in cui lo riconosciamo come individuale e quindi lo confiniamo) appare come Il peccato originale.
Quando si parla di Genesi salta poi subito all’orecchio il “…e partorirai con dolore”.
Quindi: come anime individuali che creano in ogni istante conoscendo e nominando le cose non possiamo che portare in noi questa ferita dolorosa. L’anima è una ferita dolorosa.
Ma questa notte ho sognato la parola Speranza. Un po’ romanticone, no? E poi ‘sperare’ sembrerebbe includere il tempo e allora di nuovo una separazione (tra passato e futuro) e quindi un confine…:
un’altra ferita? Oppure…
Aspetta! Respiriamola un po’ questa parola e poi lo sai come la penso sui sogni: sono un po’ come il maiale, non si butta via niente.

Ricominciamo: c’è un video, un occhio che zoomma situazioni di confine; meglio, scusa: un occhio che zoomma situazioni che noi etichettiamo come confini.
Ovviamente, per conoscerli e nominarli come confini dobbiamo porre ancora dei confini (uomo-donna; nero-bianco; giusto-non giusto; colpevole-innocente; destra-sinistra; grande-piccolo; vivo-morto…….).
ops! La nostra videocamera è una dispensatrice di confini!
Insomma, accade questo: nel momento in cui appare una cosa, quella cosa, per poter apparire, appare separata.
Un attimo, un attimo: a chi appare separata?
Prima di rispondere vorrei farti notare uno dei confini che abbiamo preposto al nostro discorso: “interno-esterno”…per farla breve: ciò che vedo e io che filmo o che guardo come separato da ciò che vedo.
Ma anche questa è un’operazione di confinamento, di separazione; cioè, per affermare che quella cosa è ‘così e cosà’ devo già separare un soggetto e un oggetto.
Visto che la proposta del video di r. è quella di varcare i confini, allora proviamo a toglierci di dosso pure questa separazione. Se non c’è separazione/confine tra chi guarda e chi è visto, allora:
la natura stessa dell’apparire è un confine.
Wait, tranquillo che ci arriviamo.
Mente che separa e oggetto della separazione sono tutt’uno.
Forse bisogna ruminarla un po’ questa affermazione, ma di sicuro sta saltando un confine (siamo sulla strada giusta!)
Proviamo così. Come diceva un mio amico, immagina di svoltare ogni percezione come un calzino e ciò che ti sembra esterno ritrovartelo come interno. A questo punto, la puzza di piedi… a questo punto ciò che immagini come cose, persone ecc ecc sono al tuo interno.
Piano , pazienza: non al tuo interno in quanto individuo!!!!
Ricordi il calzino! L’esterno (gli “oggetti, le persone, gli eventi…” ) sono diventati interni ma il presunto soggetto si ritrova esterno…non + soggetto.
Calzini a parte, osserva attentamente e varchiamo questo confine interno-esterno: la cosa nominata e la mente che nomina sono un tutt’uno. Come dire, c’è solo un atto, un creare.
Dai che complico un po’ le cose prima di pranzo: poiché dicevamo che un altro confine è il tempo…allora (non mi dilungo su questo perché ho fame...intuisci) il creare avviene in ogni istante.
Anzi, scusa scusa, te lo dico così: ORA, AVVIENE LA CREAZIONE.
Se questo ti porta a separare un creatore e una creatura, va’ a… pranzo e se vuoi rileggi dopo oppure cestina.
NO. No!
In questo momento, avviene la “creazione”. Punto. Oggetto della creazione e creatore sono tutt’uno.
Solo nel momento in cui appare il sogno appare un sognatore.
La domanda opportuna di fronte ad un confine è quindi quella di chiedersi:
A chi sta apparendo un confine?
E siccome non c’è un soggetto a cui appaia ma ‘oggetto e soggetto’ sono insieme nell’apparire...beh , questo soggetto non c’è.
‘MA quindi non c’è nulla?’ vorresti dirmi sogghignando (così puoi fare a meno di marciare per i birmani…). Wait: A CHI E’ CHE APPARE il nulla? CHI E’ CREA DEI CONFINI invocando il nulla-non nulla?
- Mi sembrava che la speranza di cui volevi parlare…attingesse dal non esserci nulla…ma se invece non c’è il nulla né il non nulla…allora la tua Speranza?
-Riassumiamo con pazienza: ciò che appare è la creazione e colui al quale apparentemente appare la creazione fa parte della creazione stessa.
La mente, cioè, è parte di questo apparire. Anzi, se non ci fosse la mente la creazione non apparirebbe (o, meglio, non potremmo affermare che appaia o che non appaia ma nemmeno potremmo distinguere tra il fatto che ci sia o meno la creazione).
Quindi la mente che dice che ‘c’è qualche cosa e non altro’ mente, ma anche la mente che dice che ‘non c’è nulla’ mente.
-Come dici? Allora, la mente mente sempre?
-No, la domanda è un'altra: a chi è che appare il mentire e il non mentire? A chi appare la mente?
Per risponderti sei costretto a morderti la coda, per indicare che cosa sia l’origine della mente sei costretto a presupporne l’esistenza (magari ti viene in ‘mente’ un altro simbolo: il serpente, l’uroboro).
- “A chi, a chi , a chi…”: ti si è interrotto il disco?
- Quando frammenti, quando separi, la domanda CHI SONO REALMENTE IO? diventa La Domanda (tutto il resto sono puttanate)….. E se facessimo una pausa? Ho fame!
-Mi sembra + importante continuare.
-Importante per chi?
-Vabbé andiamo a pranzo.

[pause]

-Adesso facciamoci aiutare dalla digestione e chiudiamo gli occhi, rilassiamoci.
-Se mi addormento...
-Chi si addormenterebbe? Dai, scherzo, va bene, non pensarci su e lascia che sia lo stomaco a suggerirti quello di cui hai bisogno…
Staniamo un’ altra coppia di opposti, anzi andiamo dai genitori degli opposti, dalla coppia per eccellenza, il confine dei confini: essere-non essere.
Forse l’origine della mente che stavi cercando è qui (prendimi con le pinze).
Nel momento in cui sai di essere contemporaneamente crei una separazione.
L’origine della consapevolezza è un confinare. La coscienza, la coscienza di essere è il principio di creazione.

- Ma non hai detto che la creazione avviene in ogni istante?
- Certo. Quindi ora, cosciente di essere, creo e creando separo.
- Scusa, ma che male c’è?
- Uella, che cosa hai mangiato? Mi sembra che bene e male…li abbiamo già lasciati per strada…concentrati.
- Dicevi: ora, so di essere e creo
- Sì, in questo istante (o all’origine dell’universo, tanto è lo stesso) IO SONO.
Che cos’è? Stai russando?
- Scusa scusa.
- No, anzi, è divertente: di solito l’esperienza di ‘Io sono’ genera canti di meraviglia…comunque sia, dal momento che sai di essere, che cosa può accadere ?
- Ma non hai detto che potevo rilassarmi?
- Ok….’Io sono’e sapendo di essere non posso che amarmi e amando creo.
- Puoi ripetere?
- Io sono -io amo -io creo. Questo accade ora: so di essere, essendo amo e amando creo.
- Ci penserò su, vai avanti.
- Potrei cullarti con un elenco di miti e di esperienze religiose: non appartiene forse ad ogni civiltà il simbolo della Trinità?
- Vuoi farmi dormire o pregare?
- CHI è CHE PREGA?
- E ridaiie.
- Beh, questa volta potresti rispondermi + tecnicamente (anche se in maniera approssimativa):
ciò che viene adorato è questo principio di consapevolezza; ancora, l’’io sono’ prega se stesso; ancora: dal momento in cui sai di essere non smetti di essere devoto a questo principio di essere (che accade ora).
- Ma allora la risposta alla domanda “chi sono io?” è “io sono”?
- ASSOLUTAMENTE NO!!
- Il presupposto della domanda è l’io sono, ma la risposta…..oh, ti stavo svegliando?
- La risposta?
- Ogni domanda e ogni risposta sono contenute nell’io sono; solo dal momento in cui so di essere appaiono le risposte e le domande; solo dal momento in cui poniamo la prima pietra, l’essere e il non – essere, il primo confine, solo da quel momento (che è ora) abbiamo domande e risposte.
Quindi la risposta è contenuta nella domanda così come la coscienza di essere è contenuta nella coscienza di essere.
- mmmm
- Mi permetti di complicare un po’ ciò che è semplice di natura? Ogni divisione partecipa, comprende quella relazione iniziale essere- non essere, e quella divisione iniziale comprende ogni divisione, e ogni altra divisione comprende le altre divisioni. Ogni confine comprende ogni altro confine. Tutto è uno dicevano gli antichi.
- Mi stai dando una certa responsabilità….altro che peccato originale! E’ come se portassi la colpa di tutto e di tutti: nel momento in cui pongo una minima separazione, nel momento in cui so di essere…ecco che istantaneamente nascono tutte le divisioni, i confini.
- Mi sa che le tradizioni e le abitudini stanno prendendo il sopravvento; comunque sia, per continuare sulla tua frequenza d’onda….puoi vedere tutto ciò anche come un’occasione, un’occasione di ‘liberazione’: varcando un confine, varchi tutti i confini.
Dove eravamo rimasti? Sì, ecco: ogni confine comprende ogni altro confine.
Tutto è uno dicevano gli antichi.
- Quell’uno che adoriamo….
- L’essere.
- Ma non è la risposta?
- Non propriamente, anche se è l’unico modo in cui possa manifestarsi la risposta.
- È come se mi stessi dicendo: ‘io sono’ e poi mi dicessi ‘ma non sono questo io sono’.
- Come potrei indicarti la realtà quando il mio dito è tale solo perché presuppongo qualche cosa di diverso dal mio dito e quindi anche il dito è….confinato?
Sto solo abbozzando dei ‘confini più larghi’….insomma, visto che stai sonnecchiando, mi diverto ad allargare le maglie dei tuoi sogni.
- Ma ho perso il filo…
- Ricominciamo da qui, allora: il filo, il tessere e il tessitore sono tutt’uno.
- Bella matassa, ingarbugliata.
- Vediamo se posso aiutarti così: tutto è da tessere ma solo quando ti scopri tessitore c’è qualche cosa da tessere.
- Adesso cerco di non cascarci: non sono il tessitore…forse sono la tela? No, aspetta tela e tessitore sono tutt’uno…ma allora , che cosa sono io?
- Se ti dicessi che sei l’opera, mentirei; se ti dicessi che sei la tela, mentirei; se ti dicessi che vieni prima della tela, mentirei.
- Mi sembra che dipanando questo gomitolo…si trovi solo del filo.
- Un po’ è così.
- Perché non mi aiuti, allora? Smetto di dormire e ti ascolto.
- La noti questa abitudine a separare? Adesso pensi che ci sia qualcuno da aiutare e un altro a cui chiedere aiuto, ma sono entrambi ricami nella tua tela.
- Vuoi dire che ti sto sognando?
- Sto solo dicendo che finché confini te stesso e ti nomini come Osvaldo…sì, è un sogno.
- E io ti dico: svegliami!
- Ma allora è proprio un’abitudine: chi dovrei svegliare?
- Siamo partiti da un video che mi ricordava i sapori dell’India e adesso mi sento un po’ incazzato…aspetta aspetta……. ecco, sì, me l’ hai già detto prima ma è come se solo ora ne facessi esperienza: solo dal momento in cui appare il cameraman appare il video, e per affermare di essere un cameraman dovrei presupporre tutta un’altra serie di divisioni/confini: io/altri uomo/donna nato/non nato….poi siamo andati a ritroso per cercare l’origine di questi confini volendoli varcare come si proponeva il video e ci siamo ritrovati a parlare di essere e non essere, ma abbiamo visto che è una contrapposizione illusoria perché uno implica l’altro e quindi non posso identificarmi con nulla .…
non posso identificarmi con nulla…mi è venuta così, mi piace, è come se fosse un’affermazione su cui… vorrei addormentarmi…come un morbido cuscino;
se non posso identificarmi con nulla, è come se dicessi che sono tutto, che è poi come quando tu dici ‘io sono’ (senza aggiungere predicati).
- Le zanzare mi stanno divorando: che ne dici di farci un giro?
- No, aspetta, mi hai attirato tu in questa trappola…
- Allora, andiamo veloci: l’unica trappola è apparsa perché che hai preso questo ‘tutto’ e lo hai frammentato identificandoti con una parte…
- Sì, mi è stranamente chiaro.
- Andiamo, allora.
- No, aspetta, prima mi hai detto che non ero questo essere totale, infinito eterno, istantaneo o come vuoi indicarlo.
- No; ma riprendiamo un’altra volta, mi stanno letteralmente divorando…
- Certo che non posso essere questo ‘io sono’! Solo dal momento che ‘so di essere’ sono questo ‘io sono’ ma in realtà…
- Segui questa intuizione, andiamo.
- Ehi, aspetta: è importante!
- Vuoi giocare ancora? Le regole le hai imparate e puoi proseguire da solo; ad esempio la domanda successiva è: importante per chi?
- Ma se non sei questo corpo perché ti lamenti delle zanzare?
- Perché non dovrei?
- Però nemmeno le ammazzi: se.. no aspetta intuisco intuisco perché non le ammazzi… anche se mi sta come friggendo il cervello…ah! me l’hai detto prima: è nella natura dell’essere l’amare…ehi, solo a pensarlo mi fa star bene e mi raffredda subito il cervello eh eh.
Ok andiamo pure, non sono più incazzato e non ho nemmeno sonno...per ora mi accontento di questa intuizione: non sono l’essere e nello stesso tempo mi conosco come essere e come essere è nella mia natura amare e amando creo tutto… ma nel momento in cui mi identifico con una creatura così come se mi identifico con l’essere pongo dei confini, separo ecc ecc Cosa ne dici?
- Non lo so.

[pause]

- Sai a che cosa non smetto di pensare da quando stiamo camminando?
Da un lato avverto la serenità quando mi parli di essere ecc ecc e nello stesso tempo mi turba quell’immagine dell’anima come se fosse una ferita che gronda sangue e confini…
- E’ il prezzo della conoscenza eh eh D’altra parte come potresti conoscere te stesso?
Dal momento che appare così… perché lamentarsi? E poi ricordi: nel porre confini, ogni cosa ha in sé anche l’altro…insomma c’è sempre un’altra faccia della medaglia.
-Dimenticavo il tuo sogno: speranza…vediamo: scusami l’imprecisione, ma è un po’ come se attraverso la ferita ci fosse la possibilità di conoscere se stessi e questa è forse anche la speranza per quello che chiamiamo (usando un altro confine) uomo? Verrebbe da dire: inferno chiama paradiso/paradiso chiama inferno.
- Così sembra.
- Ma qual è l’utilità di tutto questo?
- Non ho voglia di rifare la tiritera e di chiederti per Chi sarebbe utile ecc ecc per cui ti dico solo: è del tutto inutile.
- Ma tu lo fai… tu indaghi queste cose…o è solo perché hai visto un video e ti ho fatto delle domande…
- Ricordi poco fa quando ti sei chiuso una mano nella porta? Subito l’altra mano è andata ad aprire la porta, ad abbracciare la mano ferita, a sincerarsi come stesse… ti immagini se prima avesse chiesto: tu sei la destra o la sinistra? Appartieni allo stesso corpo mio? E questo corpo è alto o basso?…….insomma è nella sua natura agire così.
- Sembra una specie di messaggio…sì, un dulcis in fundo….non è da te eh eh eh, anzi, sembra quasi la promozione di un nuovo partito: Aderisci alla tua natura (sottotitolo: oltre i confini) ehe ehehehe!
-eh eh eh !
- Ma senti un po’, come potrei esprimere veramente la mia natura?
- Praticando, praticando, praticando.
- Beh, potresti essere anche un po’ + esplicito.
- Sorridendo: che cosa accade ora? ; sorridendo: amore ; sorridendo: creazione.- Vabbé! mi dirai meglio un’altra volta: per oggi abbiamo s-confinato abbastanza.

martedì 28 agosto 2007

capricci


È ora dell’esame. Ed è il mio turno (diversi studenti in attesa e spettatori).
Mi chiede di girarmi, Ernesto il prof.
Il check-up consiste in questo: valutare i battiti cardiaci e la quiete mentale.
Ausculta sollevandomi da dietro con le braccia tra le ascelle. Il battito del cuore.
“sì, bene” . Senza parole mi comunica la mia situazione: un bianco quieto. E’ come se nel certificato medico scrivesse: nulla lo turba.
Aspetta. Un battito meno armonico e che si fa notare.
Mi tranquillizza: “un piccolo capriccio”: così spiega agli altri studenti questo disturbo.
Un residuo: “è ancora attaccato a desideri economici”.
Il suo sorriso è un invito alla pazienza, come dire: tranquillo che passa da solo.
“un C A P R I C C I O”.
Quando mi sveglio è come avere scolpita questa parola tra le connessioni sinaptiche, alla base delle valutazioni.
E un sorriso: come? Che cosa impedisce di essere liberi? Soltanto dei capricci?

giovedì 23 agosto 2007

Insenatura ad Otranto -o Del Dubbio-


In prossimità della costa idruntina. Quando calerà il vento? Le ricognizioni dei nostri esploratori davano assenza di vento da due mesi e non sono arrivati segnali di cambiamenti. Imprevedibile. E grottesco. Un vento ostacolato da un altro vento. La nostra passione, le nostre speranze costrette ad ammainare di fronte a questo maestrale. Abbiamo una notte a disposizione, forse due. Approfittiamone per rivedere il nostro piano di battaglia.

- Parlami del vento. Ancora una volta parlami del mare e della sua natura. Tienimi compagnia in questa notte tanto agitata. Che ne è di quello che chiamavi Oceano grande specchio?
Forse che qui, dove si assotiglia in un canale, il mare vede mutare la propria natura? Purificaci la mente, consigliere Zosimo.
- La natura del mare è dovunque la stessa. E’ questa la sua magia.
Il mare riflette l’immenso cielo. E’ questo il suo potere.
- Allora perché ostacola la nostra navigazione? Ancora, parlami ancora della natura profonda del mare.
- L’Oceano grande specchio è dappertutto: nelle distese infinite, ma anche nelle insenature, nei porti e nelle piccole increspature spumose. Il Cielo si riconosce tramite l’Oceano, specchia la propria potenza. La nascita del mare è un grido azzurro di meraviglia: il cielo è!
Ed il mare è fatto di onde, un’unica esclamazione di molte lettere.
Il suo emergere è placido, calmo. Rispecchia serenamente il cielo.
E nello stesso tempo si riconosce come onda che sale e scende: se non ci fosse questa piccola e transitoria onda, potrebbe forse il mare dirsi mare?
E la sua serenità è nell’abbraccio di tutte le onde che scendono e salgono, nel riconoscere la natura di acqua di ogni onda.
- E l’agitazione? La battaglia?
- E' nella natura dell’oceano riconoscersi grazie all’onda. Ma questo comporta anche l’identificazione con quella singola onda. Da un certo punto di vista questo è vero: tutto l’oceano, l’acqua è in quell’onda. Onda che va custodita.
Non c’è perdita nel salire e nello scendere; l’acqua non muore. Ma l’onda appare a se stessa troppo preziosa…e quello stesso potere che la rende viva vorrebbe trattenerla, impedire che si trasformi in acqua o vapore o nuvola o fiore o…
La cura di sé comprende anche il rischio di dirsi "sono questa onda e voglio rimanere questa onda!". Tutto quello che sembrerebbe impedirlo, diventa minaccioso. E l’oceano grande specchio appare un mare in tempesta.
- Caro Zosimo, le tue parole mi rendono sereno, pronto ad affrontare questa tempesta, ma anche mi insinuano il dubbio nell’affrontare in battaglia il nemico.
Può un re dubitare?
-Sì.
- Che questa sia , dunque, la notte del dubbio.
Viriamo. Proteggiamoci al riparo di quell’insenatura.

martedì 21 agosto 2007

aurora


inspirando: sono vivo

espirando: sorrido

gravidanza


cara Ri., cerco di esprimerti questo:
è come se fosse stato sempre lì eppure è frutto di maturazione...
(assecondami nella difficoltà di esprimermi e, ti prego, cerca di sintonizzarti, magari ruminando qualche immagine che emerge....)
dicevo: è come se fosse stato sempre lì eppure è frutto di maturazione. Forse un frutto rubato? abbandonato? nascosto? troppo evidente?
certo mi è chiaro uno degli strati che lo nascondeva: Narcisismo; ma è forse questa la prima causa nel distogliere lo sguardo? o forse la paura? e che paura? l'essere abbandonato, la solitudine?
ok, vengo al punto: la TERRA, il sentirsi radicati nella terra e parte di un'unica terra ed essere in pace; la terra e l'appartenere, la terra e la gioia.
non riesco ad esprimermi diversamente. Ti lascio questa immagine: l'affondare le proprie gambe nell'unica terra; e dalla terra le figlie, la moglie, il passato, il futuro...anzi, il presente, la trasformazione; e la terra permette di starsene quieti
e riposare al buio e aspettare l'aurora che fa dire: sono vivo
e sorridere ai vermetti che accoglieranno la mia carne.

inspirando: Gioia - espirando: Sorrido


l'etimo di rapito? no, include violenza;
allora meraviglia? entusiasmo? forse, pace?
prima dell'assalto o dopo il conflitto?
tra i turchi o gli idruntini? perché
investigare nel tempo quando
la gioia nella baia di Otranto è qui
e ora_

giovedì 5 luglio 2007

chi percepisce cosa


questi bimbi imprevedibili! come puoi notare, il fatto che abbia voluto intraprendere un blog per 'riempire' le notti lasciate in bianco dai risvegli di A. è bastato per far dormire la piccola tutta la notte :-) ))
ma visto che questa notte mi sono svegliato 'da me', eccoti un nuovo post ( come mi richiedi da molto tempo:-)
ciao e grazie per gli inviti a postare


Mi sveglio di soprassalto da una sorta di incubo.
Vado in salotto, sono le 2.30; ah, che pace…
Musica in cuffie, sul divano, corpo rilassato.
Ascolto le sensazioni fisiche e “mentali” che si presentano.
Noto che non c’è un libero fluire dell’energia, anzi percepisco proprio un blocco, un trattenere, un rifiutarsi da parte del soffio vitale di essere così vitale, libero...
E so che ciò che appare superficialmente è solo la punta di un iceberg non conscio.
Allora prego che emerga ciò che trattiene, che la pentola si scoperchi, che il mio cuore venga purificato.
Ascolto e guardo.
C’è una sensazione di stress che vorrei eliminare.
Respiro; intuisco che potrei seguire questa sensazione spiacevole.
Abbraccio la sensazione, teneramente, e le sorrido.
La respiro e le chiedo da dove venga: è come dare inizio ad un film, nel quale il cervello, il corpo, il passato, le latenze, i desideri sono il telo su cui avviene la proiezione.
E il protagonista? Aspetto fiducioso che si apra una sensazione/immagine/idea/emozione che mi ha causato lo stress.
E sarà il mio primo accompagnatore nel viaggio che dallo stress porta agli altri nervi scoperti.
Ed appare: un fardello, respiro spezzato, spalle ricurve, la memoria del sogno in cui c’è mio padre che fa precipitare l’auto in mare ma che mi indica la salvezza in un finestrino aperto....
Ma chi è che porto su quelle spalle?
È A.? È la famiglia? Il lavoro? L'infanzia?
Da quanto tempo porto con me questo peso?

Che cosa è successo in questi ultimi 6 mesi? In questi lunghi e faticosi 6 mesi?
Mi rilasso, ascolto la musica, seguo il respiro e affido.
Affido all’essere il mio peso.
Ed ecco l'immagine di un primo evento, una discussione avvenuta qualche mese fa: ne seguo le modalità... qual è stato il nocciolo di quella discussione?
Ora il peso è così reale, pesante, che mi sembra impossibile sostenerlo;
no, non ce la faccio, è soffocante, non posso + basarmi sulle mie forze, mi abbandono all’essere, muoio per poter vivere.
L’immagine di una discussione avvenuta qualche mese fa mi apre un'altra strada, un altro percorso neuronale.
Ora sono + in contatto con la sofferenza e con me stesso.
E la mente/corpo si dispone di fronte a me.
Si alzano sensazioni ed emozioni come onde contigue in un mare di coscienza.
Ho la notte a disposizione, sorrido;
ma ecco un’intuizione (mentre vedo che l'intuizione stessa è uno dei tanti semi che stanno fiorendo di fronte a me: accanto a desiderio, avidità, stress, cibo, potere, illuminazione, eccitazione… uno dei tanti circuiti neuronali, una delle possibili strade da percorrere e/o da sciogliere);

l' intuizione sposta l’attenzione dalle percezioni al percettore. Ecco la chiave, lo sento.
Oggetto della percezione e percezione sono interdipendenti (si implicano, si esigono a vicenda, non uno senza l'altro, uno nell'altro l'altro nell'uno).
Quel peso mi rivela chi stia prevalendo come percettore all’interno della coscienza.
Tra i vari semi che appaiono nel giardino della coscienza, anche il percettore è un seme, un seme che rende possibile essere consapevole degli altri semi.
E poi l’attenzione si sposta ancora al fardello: è ancora un peso, ma si delinea meglio, come una pancia, una gravidanza.
Ah, 6 mesi fa l’annuncio di un’altro bimbo e le difficoltà di una gravidanza e i primi 3 anni e la moglie e la vita e la morte.
Vorrei rinunciare alla vita, ne sento tutto il peso in questo momento, emergono tutte le connessioni emotive e cognitive e il mio essere bimbo.
Non resta che piangere?
Che cosa opprime questa nuova venuta? qual era l'aspettativa per me che si scontra con l'arrivo del nuovo pargolo?
Avanti con le immagini, lasciamo senza censura attivarsi le sinapsi e mostrarsi: forse desideravo per me più tempo, libertà, letture, libertà...? no, ancora non ci siamo.
Non siamo arrivati al dunque, mi lascio perdere nella musica.
E che cazzo, zie, nonne, amici: aiutateci un po’…no, quando ho immagini di colpe esterne…lo so che ascolto ancora superficialmente.
Ma poi, come è possibile mettere d'accordo tutto questo con l’amore viscerale per mia figlia? È spontaneo sapere di poter dare la vita per lei…e allora, come conciliare queste opposte sensazioni?
È tutto una difesa: le abitudini e le immagini e le emozioni si sono disposti a noce di cocco per proteggere l’identità di un nucleo, di un blocco che ancora non emerge; anche l’anniversario dell’ictus di mio padre, la rabbia di me bambino per il mio super eroe papà….apporta peso ad un peso già presente...ma, da dove il peso?
Va bene emergete pure trame nervose, a vostra discrezione, solo state tranquille: non sono qui per giudicare, sono qui e basta.
E vorrei abbracciarvi...
oh, ecco uno spiraglio: mentre respiro questo peso, percepisco/so che inferno e paradiso sono 2 facce della stessa medaglia, so che il + bel fiore si nutre di immondizia.
Sono pronto ad accogliere le macerie, gli aspetti fangosi di me : è la stessa argilla con cui creare….
E riecco l’intuizione, non sull’oggetto della percezione ma sul percettore che percepisce l’oggetto in quel modo, un unità inscindibile;
percezione di peso, di intrusione, di gelosia, di mancanza di libertà sono tutt’uno con l’apparire di un punto di vista che prevale e che monopolizza i punti di vista;
gli do anche un nome: narcisismo e ne colgo i ricordi, le pulsioni, le emozioni, le idee, le azioni;
è come un filtro che si è posto sull’apertura della coscienza e ne ha modulato le percezioni; e si è nutrito, espanso….
Quindi di fronte ad un oggetto mentale è apparsa la domanda: chi è che percepisce così?
E forse potrebbe continuare l’investigazione, perché il narcisismo richiama ancora eventi sulla vita e sulla morte, sul padre e il bimbo, su quello che mi hanno trasmesso i miei antenati, sulle aspettative…..
Ma è solo un po’ di fango e ne provo tenerezza: se è emerso, se si è imposto, va bene così;
fratello narcisismo, che mi parli di vita e di morte; fratello, che ti preoccupi per me, che hai scelto e mi hai tenuto in vita; fratello, che ora sei disponibile a farti da parte, a trasformarti,
lo vedi, fratello narciso, che non sei l’origine? vuoi forse riposarti? Vuoi sciogliere la tua apparizione di sogno e lasciare posto alla natura originaria?
Che ne dici, fratello? Ok, liberiamoci, sciogliamoci, e grazie.
Ed emerge ciò che sempre è presente, la natura originaria in cui ogni strada è preservata e non giudicata, in cui ogni elemento ha in sé il suo apparire e il suo scomparire senza opposizione, la natura che tutto permette e che a tutto sorride, la natura che solo esiste;
e così me ne sto un altro po’ sul divano
o, anzi, la mia natura originaria, la natura di amore se ne sta sul divano aperta a se stessa.

giovedì 12 aprile 2007

regola nella non-regola e non-regola nella regola

cara Ro.,
sono d'accordo con la saggezza del tuo inconscio e ho meditato gran parte della notte di lunedì per comunicarcelo;
non lo so perché è accaduto questo pretesto, ma è accaduto e così quando hai parlato di REGOLE e di quale sia la regola da adottare, mi sono sentito di confrontarmi e condividere... e mi sono preso volentieri dell'anarchico (=senza inizio). Ma se proprio mi costringi :-) ad accogliere una regola, ok, ecco la mia: 'non separare'.
Ma potremmo chiamarla come l'hai vista tu: Musetta, la tua micia che ha impresso nel volto il simbolo del tao.



venerdì 6 aprile 2007

buona pasqua


[da Giochi dell'anima, febb 2005]


“Svegliati, svegliati, Lazzaro!”
“Dai…smettila, ho ancora la febbre, lasciami dormire tranquillo”.
“Sei o non sei mio fratello? Voglio che tu lo sappia per primo!”
“Stavo facendo un sogno così avvincente…che cosa vuoi dirmi di così importante…dai, ne parliamo domani”.
Ora che era stato colto di soprassalto dall’esclamazione del fratello, Lazzaro si era accorto di essere zuppo di sudore e talmente debole che perfino le parole sembravano volersi spegnere prima di uscire dalle labbra. “Dormi, dormi, per favore”.
“Vuoi capirlo!” seduto a gambe incrociate sul letto di fronte, Leonardo sembrava incurante della stanchezza del suo dirimpettaio, “è così: il tuo essere e l’essere di Dio sono la stessa cosa”.
Nessuna osservazione da parte di Lazzaro: forse non aveva la forza di ribattere o era disinteressato per la novità che tanto animava il fratello. Il tuo essere e l’essere di Dio sono la stessa cosa. No, una frase del genere non poteva passare via liscia, andava riformulata dentro di sé, almeno per quanto lo permettesse lo stato febbrile.
“Lazzaro, il tuo essere e l’essere di Dio sono lo stesso essere”.
“Sai che cosa penso, Leonardo?” intervenne Lazzaro, lasciando per un po’ in sospeso la domanda. “Un mese fa ho scoperto di avere un fratello, ora ho scoperto che mio fratello è un rompiballe: hai ragione, ci sono delle novità”. Lazzaro si riaddormentò, con un sorriso dolce.
Anche il fratello sorrideva, ma non esitava a continuare il suo discorso: “Io sono colui che è, Lazzaro, e anche tu”.
“Ricordi Maraggia?” le parole sembravano fluire da Leonardo senza tregua “è dal nostro incontro con lui che la sensazione di essere ha dominato le nostre meditazioni, anzi, il nostro essere! IO SONO, quante volte l’abbiamo ruminato e ripetuto: è diventato respiro, sostegno di ogni nostra azione. E Roma, alla Cappella Sistina, la richiesta ‘chi sono io?!’ e la voce: IO SONO COLUI CHE E’ ”.
Da Lazzaro non proveniva alcun sussurro, si era riaddormentato. Leonardo lo guardava con tenerezza, consapevole che le proprie esperienze andassero spiegate in modo più articolato e a più riprese, ma che comunque tutto quello che poteva fare era di gettare quella che aveva chiamato ‘novità’ tra le braccia del fratello, così come si getta un seme semplicemente perché è sua natura essere piantato, non curandosi del tipo di zolla su cui avrebbe potuto attecchire.
“Ma è mio fratello”, pensava Leonardo guardando Lazzaro con gli occhi lucidi di compassione, “dormi pure, caro fratello, lascia che la tranquillità abbia in cura la tua salute. Ma apri il cuore, lascia libera la mente, ascolta: io sono colui che è. Ti regalo queste parole, lasciale lì, che possano circolare con il tuo sangue, senza essere ostacolate, che possano nutrire la tua memoria nervosa, strutturare le tue cellule”.
Scorse un brivido nel fratello e allora si alzò per aumentare la temperatura dei termosifoni.
E riprese: “La novità, la nuova tappa del mio viaggio, anzi, ora, del nostro viaggio è questa: non ci sono diverse identità, Lazzaro. Imbevuti della meditazione IO SONO, a volte avevamo impresso nella carta di identità proprio Io Sono come nome e cognome. E va bene. Ma altre volte ci sentivamo smarriti, ci identificavamo con quello che l’io sono generava, e allora soffrivamo come corpo, complicavamo come mente, giudicavamo come individui, insomma ci lasciavamo trasportare da quella che tu hai soprannominato come ‘La giostra delle illusioni’. E allora ritornavamo all’origine, alla sensazione di essere che sentivamo come prima di ogni accadimento.
Ed ora la novità…la novità, Lazzaro! Quel ‘io sono’ è lo stesso di ‘colui che è’. Come spiegartelo?
Prego perché tu possa viverlo!
Il tuo essere, Lazzaro, non è distinto dall’essere di Dio. C’è un’unica identità, Lazzaro.
La tua identità è l’essere di Dio.”

giovedì 5 aprile 2007

conversazioni in piazza San Giacomo


ciao D.,
mentre passeggiavamo accanto alla fontana, mi chiedevi/sostenevi l'indifferenza verso ciò che accade e nello stesso tempo provavi amore per ciò che accadeva (bambini che giocavano): questa 'pratica' condizione di apparente stallo mi provoca questo post:

Immagina di essere un hardware...come ti potresti riconoscere? Tramite un software.
Ogni software per te è una scoperta di quello che sei, un illuminare l'ignoto che sei, anche se in realtà non sei quello che il sw fa apparire.
[nota per successivi approfondimenti: ogni software presuppone un software di base: la coscienza di essere (che a sua volta è amore di essere questo essere e amandosi crea essere) ]
Ora, immagina che in Te appaia spontaneamente un sw che chiamiamo uomo e che implichi altri programmi, quali corpo, mente etc
Visto che sono apparsi e "sono" Te, è naturale lasciare che questi sw girino in modo ottimale;
quindi da un lato è indifferente per l'identità reale dell'hardware quello che accade ai software, d'altra parte è nella natura dell'apparire del software portare i programmi a compimento.
Una delle caratteristiche del software uomo è il programma Felicità.
Quindi l'hardware, che in realtà sei, può "sperimentare" una beata indifferenza per quello che accade, ma per il software - con cui lo stesso hardware si manifesta e che solo come software puoi cogliere e conoscere- non è indifferente se nutrire i semi della depressione o della felicità.
Se vuoi rifugiarti nella falsa indifferenza... potresti trovare qualche comodo concetto come salvataggio, ma gireresti a vuoto: perfino cercare l'origine del software o concettualizzare una differenza tra il reale hardware e il manifesto software presupporrebbe un concetto e quindi un programma, un altro software; non c'è scampo!
Già che ci siamo, allora, con coraggio, insistiamo su ciò che vale la pena: spontaneamente conoscersi e spontaneamente amare.

ps1: non è un invito a piratare il sw altrui, ma ad ascoltare il proprio sw originale; per quanto mi riguarda ti passo la mia stringa:
io sono io sono io sono
io amo io amo io amo
io creo io creo io creo

ps2: citazione: "Il corpo è fatto di cibo, come la mente è composta di pensieri. Vedili come sono. La non-identificazione, quando è naturale e spontanea, è liberazione. Non hai bisogno di sapere che cosa sei. Ti basta sapere ciò che non sei. Non saprai mai che cosa sei, perché ogni scoperta rivela nuove dimensioni da 'conquistare'. L'ignoto non ha limiti.
domanda: Ciò implica un'eterna ignoranza?
risposta: No, significa che l'ignoranza non è mai esistita. La verità sta nello scoprire, non in ciò che si scopre. E la scoperta non ha inizio né fine. Metti in discussione i tuoi limiti, vai oltre, poniti degli obiettivi apparentemente impossibili: questa è la via.

ps3 citazione: "Io sono quello".

domenica 1 aprile 2007

parassiti sì, ma benedetti!


Accipicchia, verrebbe da mordere la tastiera!
Dalla tua email capisco che scrivendo di getto a volte è facile essere fraintesi. Come per l’ultimo post “parassiti”; mi scrivi: “perché condanni l’eccitazione?”
Accipicchia al cubo. Questo proprio no: se c’è un’unica cosa che va chiarita è proprio questa: non condanno per nulla, non condanno nulla.
[è proprio una fortuna che a. questa notte mi abbia svegliato prima dell’alba così ho tutto il tempo per risponderti]
Se c’è una figura simbolica che metterei a guardia del nostro inferno quotidiano è proprio quella del giudice. E non dicono così un po’ tutti i vecchi saggi? Non è forse il ‘giudicare’ che viene indicato come reale “peccato originale” dalle tradizioni culturali d’oriente e d’occidente?
Forse mi sono fatto prendere un po’ la mano nel post precedente parlando di ‘parassiti’. Non temere: come mi ricordi, nell’Eccitazione riconosco i semi tanto della Gioia quanto del Risveglio; quando guardo una conchiglia, so che non è separata dal mare e dal sole che l’hanno nutrita, anzi potrei contemplare tutto l’oceano racchiuso in quel momento in quella conchiglia, ma (vediamo di rendere la cosa terra terra) se non ho delle suole spesse, camminare su una conchiglia tagliente può far male e, di certo, paralizzare la mia attenzione, impedirmi di godere della bellezza del mare, del sole e della conchiglia stessa.
Insomma, stai tranquillo: sono libero di lasciare aperta la porta: non rifiuto le emozioni e i pensieri che emergono sulla battigia.
Mi sento però anche libero di camminare sul bagnasciuga lasciando aperta anche l’altra porta: non trattengo i pensieri e le emozioni, specialmente quelle che so possono portarmi sofferenza.
Chiarito questo, mi sento libero di risponderti al secondo punto della tua email: “che cosa faresti allora quando sei eccitato? Che cosa intendi per Attenzione?”
Beh, intanto non è da poco riconoscere di avere una sensazione o un’emozione o, meglio, non è da poco riconoscere quale gusto prevalga mentre mangio il mio gelato quotidiano.
La rete delle emozioni e dei pensieri è lì. A volte rimaniamo incastrati in qualche nodo che fa soffrire. L’eccitazione è uno di questi. Ed era un esempio.
[sì sarebbe interessante elencare quello che le tradizioni culturali e la scienza degli ultimi anni elencano come ‘veleni’ della mente, ma allora devo dire ad a. proprio di non farmi dormire! Vabbé dai, lo prometto, lo farò…].
Per poter riconoscere un’attività della mente, le diverse pratiche di meditazione spesso concordano nell’indicare una condizione base: l’unità di corpo e mente che si ottiene con una concentrazione rilassata. Beh, qui abbiamo diverse tecniche: dall’abbassamento della frequenza delle onde celebrali, alla respirazione, al…bagno caldo! Lascio a te, alla tua esperienza o alla tua ricerca, la scelta della pratica che meglio ti si adatta. (tanto ce n’è per tutti i gusti!).
E poi? E poi chiedi al tuo maestro! (scherzo; casomai direi: chiedi al tuo Maestro!)
Semplicemente ascolta, semplicemente osserva, semplicemente sorridi.
Prima ti ho scritto e abbiamo concordato di lasciar aperte le porte: da una parte non rifiuto, dall’altra non trattengo.
Che un po’ si traduce nel riconoscere e poi ammettere e poi accogliere l’emozione o un’attività della mente. Che cosa può succedere trattandosi di un’attività mentale? Non può che svanire, è la sua natura: sorgere, persistere, scomparire. Per quanta acqua possa trasportare come vuoi che vada a finire una nuvola?
Certo, sorridendole, puoi permetterle anche di narrarti la sua storia: racconti di vento e di pioggia, immagini di infanzia, sofferenze di antenati, sole, grandinate future, desideri…
Dato che ci sei, riconoscendo i vari software che si attivano, essendone libero data la loro natura impermanente, puoi anche scegliere di attivare quei software che rendono felice la tua vita (e giù a meditare…J ), che permettono ai circuiti digitali di esprimere la loro natura ( e vai di consapevolezza, di amore, di creazione spontanea…).
E poi? Ecco, qui arriva il bello [ma a. si è svegliata ed è anche tardi: le ho promesso che la porto in piscina, se vuoi ci vediamo là].
Direi che comunque siamo già arrivati ad un punto lieto, anche se non è il lieto fine.
Accipicchia di una tastiera, adesso vorrei scriverti che magari non c’è un lieto fine e nemmeno un lieto inizio ma poi …beh, abbi pazienza.
Ah, una cosa però la vorrei sottolineare: hai visto, l’ho chiamata “parassita”, però l’Eccitazione conteneva in sé la Letizia.
Buona domenica.

mercoledì 28 marzo 2007

come parassiti, si nutrono di energia vitale


immagina che sul tuo hardware possano girare i software vitali: il sw dell'amore, della consapevolezza, della spontanea creatività...

ma ecco che lì dove passano i circuiti principali accade che si inneschi un chip che interrompe il circuito e impedisce all'energia di circolare...anzi, la trattiene e la fa rigirare verso se stesso.

Un vero parassita che si nutre di energia.

QUALI PARASSITI STAI NUTRENDO ORA?

QUALI SONO QUESTI CHIP POSTICCI CHE IMPEDISCONO IL FLUIRE DELLA TUA SPONTANEA ENERGIA?

mi chiedi di farne un possibile elenco? intanto un es.: il chip eccitazione.

prova ad essere presente, consapevole, quando ti ecciti: impossibile.

perché l'eccitazione è un falso chip, è un parassita che devia l'energia principale e si nutre di se stesso.

ne parleremo, farò altri esempi.

Ma sappi che possiedi un metaldetector, un rilevatore di chip parassiti: l'ATTENZIONE.


***QUALE PARASSITA STO NUTRENDO ORA?***

giovedì 22 marzo 2007

nuvola dentro, nuvola fuori


Leggevo un storia ad a.: finalmente era arrivata la neve dalle parti di …e il coniglio… con i suoi amici (un’oca, un istrice etc ) avevano fatto un bel pupazzo, lavorando fino a tarda sera.
Erano rincasati dandosi appuntamento il giorno dopo per godersi il loro capolavoro. E infatti l’indomani si alzano, escono subito … e…ops il sole ha sciolto la neve e il loro pupazzo è evaporato.
Che delusione!
Ma l’oca guarda in alto e indica agli amici che il pupazzo c’è ancora, eccolo là! “eccolo là!”
C’è una nuvola in cielo, a forma di pupazzo di neve.
(una delle meditazioni zen consiste proprio nel saper riconoscere acqua, fuoco, terra, aria in noi e fuori di noi, la nuvola dentro e fuori di noi: quando mangeremo la minestra con a. vedremo di riconoscere la nuvola e con lei l’universo in quel piatto; ecco, so che a. mangerà con rispetto e soddisfazione, in fin dei conti lì dentro c’è il pupazzo dei suoi eroi)


sciolto


Ho dormito poco ma non a causa di a. (anzi, devo ammettere che a. ultimamente si fa delle belle nottate di fila….che si sia rotta di essere presa come pretesto per un blog?)
O meglio, non ero né sveglio né dormivo, semplicemente contemplavo.
Che cosa? Ma nulla, contemplare non presuppone un oggetto…è l’”esperienza” della mia natura.
Avevo iniziato facendo uno screenning cerebrale a me e ad a. con lo scopo di equilibrarci l’attività elettrica del cervello prima di addormentarci, poi il clic! come quando lo spettatore si sposta da una dimensione ad un’altra (ma sì, come quando da un sw passi al desktop e sei consapevole che quel programma non rappresentava tutta la possibilità digitale ma ne era una piccola espressione) ecco che l’attivatore e unico oggetto della mia attenzione non è + il cervello, anzi, il cervello si riduce a ruolo di semplice icona tra le icone del desktop.
E mi ritrovo ad essere a., i polmoni di a., il letto, la casa, la città, lo spazio, il tutto; e così, commosso, mi gusto il tutto qui e ora che si manifesta, mi gusto le piccole onde che salgono e scendono, mi gusto l’oceano infinito che le accoglie, mi gusto l’essere la stessa acqua dell’onda e dell’oceano.
E in questo oceano si sciolgono le immagini, i pensieri così come sono sorti, e i desideri, e gli attaccamenti, la paura , il coraggio e… si scioglie lo stesso oceano. Assolutamente sciolto, assolutamente sciolto, assolutamente sciolto, sciolto, assoluto,

mercoledì 21 marzo 2007

costellazioni chimiche


Lo so lo so, devo rassettare un po’ e far da cena ad a.,ma è così presa dai suoi libretti, mmm, qualche cosa riesco ancora a scrivere. Approfittiamo per meditare, come viene… un’altra volta vedremo di rifinire.


Alcune costellazioni chimiche sono + “dense” di altre. [scriviamo così, magari cerca tu di soffermarti e di capire, scusami, continuo….]
Non occorre badare al funzionamento del cuore che spontaneamente svolge il suo lavoro…
ma la chimica ‘mentale’ è diversa; sempre chimica è, ma il funzionamento può incepparsi:
c’è un processo chimico di base che da una parte genera la spontaneità del processo generale dall’altra ne può scatenare l’inghippo:
dal momento in cui sono consapevole di IO, questo processo include il processo SEPARAZIONE e OPPOSIZIONE. (oltre a spazio e tempo che, diciamo così, sono tutt’uno con processo io).
Andiamo all’inizio che accade ora
Il processo IO è la consapevolezza di IO; diciamo che è il big bang: IO SONO.
Questa esplosione di luce diventa lo SFONDO sul quale sembrerà accadere tutto “il resto”.
E’ un big bang in parte reale nel senso che è ‘concreto’; ma è anche irreale nel senso di parziale…
è un’illuminazione di ciò che è in sé la realtà: assoluto buio; ma è anche l’unica consapevolezza della realtà.
Conosco la realtà attraverso quella luce, facendo luce -grazie alla pila del big bang ‘io sono’- illumino la realtà;
quindi questa esplosione iniziale, che è luce, illumina e fa “conoscere” la realtà in quanto punto di vista sulla realtà (che rimane non conoscibile e inesprimibile).
E in un certo senso la crea, facendo luce, dà vita al buio della realtà, attiva il potenziale della realtà…

Già questa esplosione si caratterizza come insieme di opposti: è dalla realtà che avviene questa esplosione, o è nella realtà che accade (ogni espressione è non reale) ma in quanto luce non è il buio originario e insieme ne è l’unica illuminazione possibile.
Così l’unico modo di attingere alla realtà è quello di tenere insieme buio e luce, pur sapendo che IO è buio e nel momento in cui SONO illumino ciò che per natura è buio.
Però, per usare un’espressione approssimativa ma intuitiva, è nel cuore buio della realtà che si origina la luce.

È il cuore della realtà che pulsa nella luce, per quanto questa luce non sia propriamente il buio originario, ma ne sia comunque l’unica manifestazione che ci è data.

Sarebbe un po’ (tiriamo un es. per gli orecchi) un figlio, della stessa natura del padre, eppure figlio!

Nel momento stesso in cui esplode, questa consapevolezza luminosa (che è tutt’uno con il dire: io sono) non può distinguersi da un atto immediato: io sono e nello stesso tempo: io amo!
Io sono (l’atto luminoso di IO, l’essere di IO) è nello stesso tempo IO amo di essere quello che sono, Quello, Me,Io; essere è amore di essere, essere è amore.

Quindi, volendo esprimere, questo big bang diremo che è consapevolezza di essere (IO SONO), amore di essere (IO AMO) e, amando essere, non può che illuminare l’Io, continuamente: creazione infinita. IO SONO, IO AMO, IO CREO.

Per ora, accontentiamoci di questo: questo big bang luminoso, questo senso di esserci accade ora nell’uomo.
Non c’è separazione. Ma l’indistinto Tutto prende consapevolezza di sé solo nell’individuazione.
Il tutto è la realtà, una realtà ‘non conoscibile’.
La chimica del Tutto, nutrendosi di processi chimici individuali (cibo etc) genera un processo di consapevolezza che fa ‘dire’ all’individuo: IO (tutto) SONO. Ma è un’illuminazione di un’oscurità, un processo di opposti: 'io sono' viene illuminato dall’ 'io sono questo individuo'.
IO SONO è già da un certo punto di vista irreale perché è un’illuminazione della realtà, è un’apparire, ma nello stesso tempo è la realtà così come si manifesta. IO SONO è già quindi un’unione di opposti…. Ed è lo sfondo , il seme da cui germoglierà …
L’uomo “sperimenta” / consapevolizza l’IO SONO insieme con la consapevolezza dell’IO SONO QUESTO. Il tutto si nutre (concretamente! Cibo!) dell’individuo.
Un’”altra” unione di apparenti opposti.
Non consapevole di essere tutto, ecco la ferita, il peccato originale, l’inferno, la sofferenza: io sono questo e il resto è altro….
Non consapevole dell’io sono questo individuo, semplicemente non si dà paradiso…
La realtà è al di là del paradiso/inferno, ma si “concretizza” per l’uomo come possibilità di inferno/paradiso. Una coppia inscindibile per l’uomo in quanto individuo e in quanto tutto come consapevolizzato dall’individuo.
Una coppia di opposti, un processo che però non è propriamente reale, è uno sguardo luminoso (per così dire) sulla realtà.
L’etichetta sul campanello è INFERNO/PARADISO: non è un’indicazione falsa! Ma non è l’inquilino!
Abitando in questa casa, è spontaneamente e chimicamente istintivo per l’uomo consapevolizzare l’indirizzo e

[accipicchia, mi sa che a. ha proprio fame….intanto pubblico il post così, alla prossima Ciao!]

bhakti yoga





E dio disse: - Utilizziamo pure l’interfaccia 'Linguaggio' resa possibile con il processo-sw 'Uomo'.
E l’'Uomo' rispose: -Ma con chi parli se solo tu sei?
E dio: -fa parte del gioco reso possibile dal programma 'Maya', che c’è di male? Posso parlare di me a me: è semplicemente e naturalmente una delle possibilità.
L’'Uomo': “come parte di te allora ti ascolto; anzi, comprendo che lingua e orecchio fanno parte di un unico volto: avvenga pure il discorso”

E accadde il discorrere:

Manifestandomi come 'Uomo' ho attuato una delle infinite possibilità della mia natura….
con questo chipset può accadere CONSAPEVOLEZZA
Un sw di riconoscimento: SO DI ESSERE QUELLO e che SOLO QUELLO C’E’
Tramite la scheda e sw 'Uomo' attuo ciò che chiamerei programma 'Devozione':
nel riconoscermi, ecco la lode.
Il devoto è lo stesso dio a cui capita di riconoscersi.

Unico vero essere, ti lodo.
Con la mia presenza, ti lodo.
Questa lode sospesa nell’abisso e che nell’abisso verrà risucchiata.
Questa lode che, accadendo Ora, accade Eternamente.
Questa lode che non è mai stata né mai verrà pronunciata.”

La canzone e lo strumento avvengono come un unico processo.
Il suonatore e l’oggetto per cui si intesse il canto avvengono come un unico processo.
Ecco, canto di tutto ciò: dammi, ti prego, parole degne;



dammi, ti prego, un unico gioiello perché la memoria di te possa splendere eternamente e ovunque;
in Me, in me riconosco il canto:
io sono colui che è.
COLUI CHE È, È.

Appare l’ispirazione e insieme appare la fonte,
tutto qui: il petalo con il seme.
Come petalo, canti. Come seme, prepari lo strumento.
Come fiore, sei questo e quello.
In realtà: né seme, né petalo, né fiore.

Toccando la mia natura, sono. Cantando la mia natura, so di essere.
E amo. Amo essere quello che sono.



Essendo e amando essere, creo/attuo le infinite possibilità del mio essere.

Riconoscere, amare, attuare sono il medesimo canto.
E quest’unico canto è Grazia.
Riconoscere in tutto Tutto.
Riconoscere che io e il padre siamo una cosa sola;



riconoscere l’essere nell’amore, l’amore nell’essere, l’essere e l’amore nella creazione.
E tutto appare come Benedizione, luce da luce, illuminazione.

-La luminosità del tutto è allora la realtà?
-L’essere nel filo elettrico si manifesta come luminosità e il filo è colmo di gioia nell’illuminarsi,
ma la luminosità appare tale allo sguardo del filo.
Intanto, lasciati inondare di luce, attua la tua natura.

E poi?



[scusate, a. si è svegliata, to be continued]

a pugni


stavo cestinando alcune vecchie email...in una colloquiavo con un provetto pugile e la sua voglia di prendere a pugni la vita...prima di gettare le cartacce, qualche riga la pubblico nel blog:

"...Non sei quello che è stato abbattuto.
Non sei il pugile trionfante.
Non sei quello che vincerà, né quello che perderà.

Né l'arbitro.
Non sei la lotta.

Sei il ring dove tutto accade."

domenica 18 marzo 2007

corteccia






poco fa, scendendo le scale ho sentito che era il momento dell'abbraccio a tre; ho chiamato m. e a. e corpo a corpo a corpo ho condiviso con loro: "spontaneamente, darei la vita per voi, e sono felice".

(scommetto che gli studi avanzati di brain imaging, ecg o similari dimostreranno che l'amore e la paternità favoriscono il posizionamento dell'attività mentale nella circonvoluzione medio frontale sinistra)

la panchina

*Sono qui,
seduto su una panchina verde
e osservo con attenzione.
Lo sguardo mi si posa di fronte,
poi di lato, e sopra e sotto:
chi è che sto guardando? che cosa?
Si eleva in alto: ecco il parco dove
appare come un punto la panchina.
Più su, ancora più su e vedo la terra
e il sole e il buio e sulla panchina
quella che sembra polvere di stelle.

*Mangio un cracker,
seduto su una panchina verde
e osservo con attenzione.
Nel sapore una spiga, terra,
pioggia; la ruggine di un aratro
nella mia chimica e una nuvola
e vapore da una pianta tropicale:
quale sono io?

*Riposo,
seduto su una panchina verde
e osservo con attenzione.
Gola fegato un cuore che pulsa.
In profondità: tessuti nervi
sangue che circola e cellule
che scambiano e si cambiano:
chi si trasforma?

*Respiro,
seduto su una panchina verde
e osservo con attenzione.
Riconosco in me la sequenza
del prima e del dopo. Rewind,
mentre mi siedo e arrivo e parto…
indietro, bimbo genitori sudati
antenati un gladiatore romano;
avanzamento: eredi su Marte.
Quando sono io?

*Sono qui,
seduti su una panchina verde,
un astronauta un cuore Marte
una pianta tropicale una spiga
un gladiatore una stella un aratro…
Tutto sulla panchina si crea:
le lamentele di Carmen, il click
della tastiera a Beirut, l’infanzia
del mammut, l’alito dell’iguana
d’Australia, i desideri del nonno.

Tutto è presente,
in ogni istante in ogni panchina.
Ora, tutto compare e scompare:
che cosa potrei trattenere?
che cosa potrei rifiutare?
La panchina è il mio sorriso,
dove tutto implica tutto.
Come posso dire:
ecco questo, ecco quello?
La panchina è il mio sorriso,
dove tutto è niente.
Sono qui,
seduto su una panchina verde
e osservo con attenzione.
(inspiro espiro)
sorridendo - riconosco il TUTTO/NIENTE
sorridendo - riconosco che il TUTTO/NIENTE non ha origine
sorridendo - riconosco che il TUTTO/NIENTE non ha fine
(medito)
-riconoscendo tutto, non c’è nulla da temere
-amando tutto, posso rimanere indifferente
-contemplando tutto, non c’è nulla da desiderare.
Io Sono,
ecco la panchina verde.
Appare la Coscienza:ecco il tutto.
(inspiro espiro)
nell’Io Sonoil tutto
nel Tuttol’io sono
sorridendo Io Sono
(medito)
-finché io sono, ecco il tutto
-spontaneamente appare l’io sono
-io sono: che cosa sono?
non posso essere questo io sono

sabato 17 marzo 2007

interessere


Là vento. Là petalo: dukkha.
Pace:
il soffio del vento nel fiore.

NICCO


Non è la prima volta che vedo entrare al bar quello che chiamano Nicco.
La sua presenza si sarebbe confusa tra il fumo e lo scalare di briscole tra compagni anonimi.
Sono le sue richieste ad avermi incuriosito, o, piuttosto, la loro bizzarria. Anche ieri sera, dopo aver ispezionato la bontà del mazzo di carte e aver concordato con il compare i motti di rito, si è rivolto all’oste chiedendogli ‘5 kg di figa e orgasmo’. E dopo la partita: “Sandro, voglio 8 kg di tempra morale”.
8 kg di tempra morale? No, questa sera non mi sarei perso per nulla al mondo il giro di calici ed eccomi qui, posizionato tra il tavolo da gioco e il bancone, aspettando l’intrigante ordinazione del Nicco.
“Che cosa ti porto, Nicco?”
“Solito, solito. Anzi, Sandro, aspetta: portami 3 kg e ½ di estasi contemplativa, va’ ”
Come avesse chiesto il più volgare dei rum, Sandro passa l’ordine alla sua aiutante.
Vorrei capire con che cosa sta trafficando la Susi... penso di avvicinarmi con la scusa di andare al bagno, ma rinuncio: non vorrei perdermi un nuovo desiderio di Nicco e poi… cacchio mi sono distratto, è il mio turno di gioco.
“Sandro, aggiungimi 6 etti di soddisfazione sociale, per favore”.
Questa volta Sandro va personalmente ad esaudire l’ordine.
Il mio stupore sta superando l’ attenzione per la partita e la voglia di vincerne la posta. Mi alzo. Mi avvicino a Sandro, deciso di comprendere il segreto di quella fornitura, e con disinvoltura, celando l’urgenza del mio interesse, gli ammicco:
“E’ molto fornito il vostro bar!”
Sandro, sollevando una cassa di bottiglie, con aria svagata, mi ribatte:“No. Sempre la stessa acqua. E’ il cliente che cambia etichetta”.

ruminatio settimanale

"i Buddha sono chiamati Buddha perché non sono prigionieri delle idee"