lunedì 12 novembre 2007

i racconti di nonna Gina


I racconti di nonna Gina.

Non ero triste ai tuoi funerali e questo, questo è stato il mio omaggio per te, nonna.
E tu l’hai capito.
Ma ora che scrivo mi immagino altri orecchi e quindi devo spiegare.
(Mi divertirebbe l’idea di spiegarti che cosa è un blog. A te che mi narravi il tuo blog ogni pomeriggio, dopo la scuola).
Non ho una cornice in bianco e nero in cui esaltare episodi storici come nella tua giovinezza.
Ma una cosa, sì. Questo va condiviso. E’ l’amore per le mie figlie.
Sei viva, nonna. Sei salda davanti ai miei occhi e mi ami completamente.
Sei viva, nonna, mentre accarezzo le mie figlie.


Lille (Francia). 1940 ca.

Per me ha un sapore diverso. La pastasciutta.
Me li immagino al sugo di pomodoro, gli spaghetti, e raccolti in una pentola fumante al centro della tovaglia a quadroni bianchi e rossi. Sì, come nella pubblicità.
Ma non ci sono persone intorno al tavolo. Si avverte la loro presenza, ma nel senso che volevano essere lì, avrebbero dovuto essere lì; come posso dirtelo? Come posso descrivere una scena che la nonna ha raccontato decine e decine di volte a me, a me bambino.
E me l’ha raccontata per darmi un passato, anzi, di più: è stato un po’ come il suo lascito per l’educazione del nipote, quella pastasciutta.
E la bomba? La bomba caduta sulla pastasciutta. Come si è saputo in seguito dal racconto dei vicini. Non ho mai chiesto a mia nonna come avesse fatto la pentola ad essere già sul tavolo e loro già scappati. Non era questo, no: l’importante era raccontare e raccontare quello che era successo.
“Ti ho raccontato di quella volta che”. E la cosa strana è che alcuni parenti pensavano che mia nonna stesse diventando arteriosclerotica. Raccontare e raccontare più volte. E’ strano che gli adulti non lo capiscano, mentre ai bimbi appaia normale. Forse sono abituati a risentire le loro storie del cuore, a ripassare i contorni dei loro disegni preferiti, a trovare conforto nei gesti rituali della sera.
“Così siamo dovuti scappare”. E poi quella domanda che dava al racconto sfumature epocali: “Chi avrebbe immaginato che potessero sfondare la Maginot?”
La Maginot. Adesso sorrido, sembra il nome di una sorella. A volte la nonna sottolineava “la linea”, la Linea Maginot, e la descriveva in tutta la sua possanza e sicurezza.
Avevano varcato il confine, i Tedeschi; oltrepassato il limite.
“Così siamo tornati in Italia e tuo nonno è dovuto andare in Russia”.
Nessun altro accenno al nonno morto al fronte, né al nemico russo né ai Tedeschi. Nessun disprezzo nelle sue parole. Nemmeno risentimenti.
Una volta, ricordo, aveva accennato al buco sul tetto, a come la bomba fosse caduta proprio sulla tavola. Erano descrizioni di altre persone: andavano dette, sì, ma come si elencano i risultati di squadre diverse da quella del cuore, un po’ per dovere di cronaca.
Adesso che guardo questo evento-talismano che la nonna mi ha riprodotto, ne vedo anche altri aspetti ripetutamente scolpiti: “E sul treno tuo papà ha avuto la diarrea”; “quando siamo arrivati eravamo tutti neri di carbone”; “i rifugi sotterranei erano allagati”.
E poi il suono. C’era un prima della bomba: il nonno che la sera suonava il mandolino “e insegnava ad altri Italiani. Gratuitamente , eh, gratuitamente”. E poi l’allarme della contraerei.
È così che nel mio orizzonte di senso la guerra è rimasta senza senso.
Il vapore degli spaghetti fumanti. La gioia di vivere.


Omero

Mi hai raccontato che bambina ti nascondevi con la candela nell’armadio per leggere. Se ti scoprivano, ti sgridavano.
E una volta ti sei addormentata.
E poi mi regalavi libri, mappamondi, enciclopedie, dizionari, raccolte musicali.
E non hai fatto nemmeno le elementari.
Eppure so che rideresti se ti dicessi che il mio prof. traduceva le versioni dal greco sostenendo che il poeta “con i suoi versi incitava i soldati alla battaglia”.
Eppure il prof. era della tua generazione, aveva sentito il sibilo delle bombe.
Così ho anche questo debito con te: mi hai spiegato il poeta, hai incarnato Omero per me bimbo.
L’altro giorno un signore si lamentava della politica e dei giovani: “ci vorrebbe una guerra”.
L’ha detto. Alcuni annuivano.
Non ha avuto una nonna, ho pensato.
Altrimenti avrebbe saputo: non è necessario un fucile, basta un racconto.
Sono i racconti, le tue parole che permettono alle battaglie di trovare spazio nella nostra vita.
Non occorre viverla. Basta riviverla, la guerra.
“Cantami, o diva, l’ira funesta del pelide Achille, perché non serva più la sua presenza”.


Il maglione giallo.

Sferruzzi. Continui a sferruzzare. Non so se i maglioni a trecce mi piacciano così tanto.
Sono essenziali, questo sì, nel caldo della loro lana.
Gomitoli, gomitoli, maglioni.
Ecco che cosa vive di te, in me: questo centro di trasformazione. Fili, fili, matasse da ogni direzione. Accolti.
E trasformati.
Tutto il passato (ehi, parlo di antenati, anfibi, amebe) modellato e cucito con una misura:
speranza.

Presenza.

Mica lo sapevo di volerti bene. Mica me lo sono mai posto il problema.
Mica mi domandavo se eri viva o se sei davvero morta.
Mica dubitavo delle tue parole.
Mica mi meravigliavo se ti ripetevi.
Mica pensavo che tu avessi dei difetti, o dei pregi.
Mica ti chiedevo perché pregavi. Mica me lo dicevi.
Mica ti spiegavo che crescevo. Mica me lo impedivi.
Mica è difficile da capire:
sei qui.


In viaggio.

“I viaggi,i viaggi. Guarda i ricchi: viaggiano.”
Credevo fosse una frase di tua madre, e della madre di sua madre e, insomma, quasi una scrittura proteica incastonata nel tuo Dna: “i ricchi, i principi viaggiano: è la loro scuola”.
Poi penso alla mia foto di bambino di otto anni sul tuo passaporto.
E quando in taxi a Rio ci obbligavano a comprare il caffé: ‘era la mafia’ ed eri tranquilla quando lo dicevi.
A Buenos Aires prendevamo un 384 un po’ scalcagnato. (E non ho mai capito se quell’acqua fosse potabile).
Alla festa di mezzanotte quando i turisti inglesi festeggiavano nella nave aspettavo di mangiare la pizza. Nella cuccetta dormivi di fianco perché la schiena diventasse montagna per i miei soldatini.
E i tappeti a Lisbona? L’oceano?
Sì, nonna, ora capisco quel lungo viaggio: anche il mio Dna, hai voluto arricchire anche il mio Dna.



Suggello.

Non ricordo che cosa hai detto agli altri o degli altri.
Suggello la mia riconoscenza con questa certezza:
non mi hai mai giudicato.
Grazie, nonna. Grazie.


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