martedì 20 novembre 2007

fame


“Ma non potrei ingozzarmi fino a starne male, fino a stufarmi?
Se ne sento lo stimolo perché non soddisfarlo?
Hai un bel dire tu che il mio equilibrio naturale richiede un tot di cibo ad un tot di ore.
Ho bisogno di sentire i denti che masticano, che sbattono, ho bisogno di sentirmi pieno, di scoprire i colori delle nuove merendine, ho bisogno di latte, di sapori e li voglio adesso.
Hai un bel dire di scavare nel passato per trovare la causa di questa fame: dove è ora il mio passato?
Come? Che cavolo vieni fuori con queste idee secondo cui è colpa della cultura, che non c’è senso di misura, che tutto ruota intorno a me? E allora? Sono io che faccio questo cazzo di lavoro, sono io che mi barcameno e non so che cosa succederà domani”.

Non solo le rispettavo le parole di R., ma anche le condividevo: forse la misura da cui partire non è un limite ideale che immaginiamo tracciato dalla natura o dalla tradizione. Forse la misura delle cose è data dalla sofferenza. E dalla possibilità di ascoltarla.
E poi R. ha visto la sorte di suo padre fumatore e ha guardato negli occhi la propria figlia e vi ha letto il bisogno di un padre presente e il baricentro si è spostato: è la cura per lei che da quel giorno gli ha dato la misura nel cibo.

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"i Buddha sono chiamati Buddha perché non sono prigionieri delle idee"