
“Ma non potrei ingozzarmi fino a starne male, fino a stufarmi?
Se ne sento lo stimolo perché non soddisfarlo?
Hai un bel dire tu che il mio equilibrio naturale richiede un tot di cibo ad un tot di ore.
Ho bisogno di sentire i denti che masticano, che sbattono, ho bisogno di sentirmi pieno, di scoprire i colori delle nuove merendine, ho bisogno di latte, di sapori e li voglio adesso.
Hai un bel dire di scavare nel passato per trovare la causa di questa fame: dove è ora il mio passato?
Come? Che cavolo vieni fuori con queste idee secondo cui è colpa della cultura, che non c’è senso di misura, che tutto ruota intorno a me? E allora? Sono io che faccio questo cazzo di lavoro, sono io che mi barcameno e non so che cosa succederà domani”.
Se ne sento lo stimolo perché non soddisfarlo?
Hai un bel dire tu che il mio equilibrio naturale richiede un tot di cibo ad un tot di ore.
Ho bisogno di sentire i denti che masticano, che sbattono, ho bisogno di sentirmi pieno, di scoprire i colori delle nuove merendine, ho bisogno di latte, di sapori e li voglio adesso.
Hai un bel dire di scavare nel passato per trovare la causa di questa fame: dove è ora il mio passato?
Come? Che cavolo vieni fuori con queste idee secondo cui è colpa della cultura, che non c’è senso di misura, che tutto ruota intorno a me? E allora? Sono io che faccio questo cazzo di lavoro, sono io che mi barcameno e non so che cosa succederà domani”.
Non solo le rispettavo le parole di R., ma anche le condividevo: forse la misura da cui partire non è un limite ideale che immaginiamo tracciato dalla natura o dalla tradizione. Forse la misura delle cose è data dalla sofferenza. E dalla possibilità di ascoltarla.
E poi R. ha visto la sorte di suo padre fumatore e ha guardato negli occhi la propria figlia e vi ha letto il bisogno di un padre presente e il baricentro si è spostato: è la cura per lei che da quel giorno gli ha dato la misura nel cibo.
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