martedì 20 novembre 2007

fame


“Ma non potrei ingozzarmi fino a starne male, fino a stufarmi?
Se ne sento lo stimolo perché non soddisfarlo?
Hai un bel dire tu che il mio equilibrio naturale richiede un tot di cibo ad un tot di ore.
Ho bisogno di sentire i denti che masticano, che sbattono, ho bisogno di sentirmi pieno, di scoprire i colori delle nuove merendine, ho bisogno di latte, di sapori e li voglio adesso.
Hai un bel dire di scavare nel passato per trovare la causa di questa fame: dove è ora il mio passato?
Come? Che cavolo vieni fuori con queste idee secondo cui è colpa della cultura, che non c’è senso di misura, che tutto ruota intorno a me? E allora? Sono io che faccio questo cazzo di lavoro, sono io che mi barcameno e non so che cosa succederà domani”.

Non solo le rispettavo le parole di R., ma anche le condividevo: forse la misura da cui partire non è un limite ideale che immaginiamo tracciato dalla natura o dalla tradizione. Forse la misura delle cose è data dalla sofferenza. E dalla possibilità di ascoltarla.
E poi R. ha visto la sorte di suo padre fumatore e ha guardato negli occhi la propria figlia e vi ha letto il bisogno di un padre presente e il baricentro si è spostato: è la cura per lei che da quel giorno gli ha dato la misura nel cibo.

la natura del melo


Non so se sia la percezione della presenza della vecchiaia o l’imbattersi in disavventure di malaburocrazia o il semplice insistere su ciò che ci sembra veramente amabile…fatto sta che rileggendola a distanza di vent’anni questa pagina di Jung ha accarezzato la mia serenità e l’ho appesa nella bacheca con i post-it della spesa:


"A me non interessa il mondo. Mi interessando le persone con cui vivo: il resto del mondo è tutto nei giornali. La mia famiglia, i miei vicini, sono loro la mia vita: l’unica vita di cui posso avere esperienza; il resto è mitologia giornalistica. Non è poi così importante che io faccia carriera o realizzi grandi cose per me stesso. Ciò che conta e dà senso alla mia vita è che io viva nel modo più pieno possibile per realizzare la volontà divina che è in me.
Questo compito mi occupa a tal punto che non mi resta tempo per nient’altro. Vorrei farvi notare che se tutti vivessimo in questo modo, non avremmo più bisogno di eserciti, né di polizia, né di diplomazia, di politica, di banche. Avremmo una vita ricca di senso e non, come, ora pura follia.
Ciò che la natura richiede al melo è che produca mele e al pero che produca pere. Da me la natura vuole che io sia semplicemente un uomo, ma un uomo cosciente di ciò che è e di ciò che fa. Dio cerca nell’uomo la coscienza. È questa la verità della nascita e della resurrezione di Cristo dentro di noi. Quando sempre più uomini pensanti arriveranno a questa verità, quella sarà la rinascita spirituale del mondo. Cristo, il Logos: cioè a dire, la mente, l’intelligenza, che risplende nella tenebra. Cristo rappresentò una nuova verità sull’uomo.
Non esiste l’umanità. Io esisto, voi esistete. L’umanità è soltanto una parola. Siate ciò che Dio vuole che siate; non vi preoccupate per l’umanità. Preoccupandovi dell’umanità, che non esiste, eludete il compito di guardare ciò che esiste: il Sé.

Fate come l’uomo che, affacciandosi sul campo del vicino, gli dice: “Guarda, un’erbaccia. E un’altra. Perché non zappi più a fondo? Perché non tieni pulita la tua vigna?” E intanto il suo campo, alle sue spalle, è pieno di erbacce".
“Jung parla”, Adelphi , 1995

lunedì 12 novembre 2007

un cervello a 3 piani


Credimi: non so se l’ho sognato oppure immaginato. Il mio cervello.
Come una casa a 3 piani.
Nello scantinato la famiglia. La gioia dei figli. Gli istinti come radici vive che vogliono completarsi.
Poi il tronco centrale, inarcato verso l’esterno. Il lavoro. Il comunicare. Il trafficare. Il relazionare. L’intrecciare.
E infine le foglie. La meditazione. Il respiro. La tranquillità dello spirito.
(ricordo i colori: radici-famiglia-sangue: rosso/marrone; secondo piano: colore che dal marrone va al rosa, colore delle mani. Dita intrecciate; in alto colore celeste, grigio trasparente)

i racconti di nonna Gina


I racconti di nonna Gina.

Non ero triste ai tuoi funerali e questo, questo è stato il mio omaggio per te, nonna.
E tu l’hai capito.
Ma ora che scrivo mi immagino altri orecchi e quindi devo spiegare.
(Mi divertirebbe l’idea di spiegarti che cosa è un blog. A te che mi narravi il tuo blog ogni pomeriggio, dopo la scuola).
Non ho una cornice in bianco e nero in cui esaltare episodi storici come nella tua giovinezza.
Ma una cosa, sì. Questo va condiviso. E’ l’amore per le mie figlie.
Sei viva, nonna. Sei salda davanti ai miei occhi e mi ami completamente.
Sei viva, nonna, mentre accarezzo le mie figlie.


Lille (Francia). 1940 ca.

Per me ha un sapore diverso. La pastasciutta.
Me li immagino al sugo di pomodoro, gli spaghetti, e raccolti in una pentola fumante al centro della tovaglia a quadroni bianchi e rossi. Sì, come nella pubblicità.
Ma non ci sono persone intorno al tavolo. Si avverte la loro presenza, ma nel senso che volevano essere lì, avrebbero dovuto essere lì; come posso dirtelo? Come posso descrivere una scena che la nonna ha raccontato decine e decine di volte a me, a me bambino.
E me l’ha raccontata per darmi un passato, anzi, di più: è stato un po’ come il suo lascito per l’educazione del nipote, quella pastasciutta.
E la bomba? La bomba caduta sulla pastasciutta. Come si è saputo in seguito dal racconto dei vicini. Non ho mai chiesto a mia nonna come avesse fatto la pentola ad essere già sul tavolo e loro già scappati. Non era questo, no: l’importante era raccontare e raccontare quello che era successo.
“Ti ho raccontato di quella volta che”. E la cosa strana è che alcuni parenti pensavano che mia nonna stesse diventando arteriosclerotica. Raccontare e raccontare più volte. E’ strano che gli adulti non lo capiscano, mentre ai bimbi appaia normale. Forse sono abituati a risentire le loro storie del cuore, a ripassare i contorni dei loro disegni preferiti, a trovare conforto nei gesti rituali della sera.
“Così siamo dovuti scappare”. E poi quella domanda che dava al racconto sfumature epocali: “Chi avrebbe immaginato che potessero sfondare la Maginot?”
La Maginot. Adesso sorrido, sembra il nome di una sorella. A volte la nonna sottolineava “la linea”, la Linea Maginot, e la descriveva in tutta la sua possanza e sicurezza.
Avevano varcato il confine, i Tedeschi; oltrepassato il limite.
“Così siamo tornati in Italia e tuo nonno è dovuto andare in Russia”.
Nessun altro accenno al nonno morto al fronte, né al nemico russo né ai Tedeschi. Nessun disprezzo nelle sue parole. Nemmeno risentimenti.
Una volta, ricordo, aveva accennato al buco sul tetto, a come la bomba fosse caduta proprio sulla tavola. Erano descrizioni di altre persone: andavano dette, sì, ma come si elencano i risultati di squadre diverse da quella del cuore, un po’ per dovere di cronaca.
Adesso che guardo questo evento-talismano che la nonna mi ha riprodotto, ne vedo anche altri aspetti ripetutamente scolpiti: “E sul treno tuo papà ha avuto la diarrea”; “quando siamo arrivati eravamo tutti neri di carbone”; “i rifugi sotterranei erano allagati”.
E poi il suono. C’era un prima della bomba: il nonno che la sera suonava il mandolino “e insegnava ad altri Italiani. Gratuitamente , eh, gratuitamente”. E poi l’allarme della contraerei.
È così che nel mio orizzonte di senso la guerra è rimasta senza senso.
Il vapore degli spaghetti fumanti. La gioia di vivere.


Omero

Mi hai raccontato che bambina ti nascondevi con la candela nell’armadio per leggere. Se ti scoprivano, ti sgridavano.
E una volta ti sei addormentata.
E poi mi regalavi libri, mappamondi, enciclopedie, dizionari, raccolte musicali.
E non hai fatto nemmeno le elementari.
Eppure so che rideresti se ti dicessi che il mio prof. traduceva le versioni dal greco sostenendo che il poeta “con i suoi versi incitava i soldati alla battaglia”.
Eppure il prof. era della tua generazione, aveva sentito il sibilo delle bombe.
Così ho anche questo debito con te: mi hai spiegato il poeta, hai incarnato Omero per me bimbo.
L’altro giorno un signore si lamentava della politica e dei giovani: “ci vorrebbe una guerra”.
L’ha detto. Alcuni annuivano.
Non ha avuto una nonna, ho pensato.
Altrimenti avrebbe saputo: non è necessario un fucile, basta un racconto.
Sono i racconti, le tue parole che permettono alle battaglie di trovare spazio nella nostra vita.
Non occorre viverla. Basta riviverla, la guerra.
“Cantami, o diva, l’ira funesta del pelide Achille, perché non serva più la sua presenza”.


Il maglione giallo.

Sferruzzi. Continui a sferruzzare. Non so se i maglioni a trecce mi piacciano così tanto.
Sono essenziali, questo sì, nel caldo della loro lana.
Gomitoli, gomitoli, maglioni.
Ecco che cosa vive di te, in me: questo centro di trasformazione. Fili, fili, matasse da ogni direzione. Accolti.
E trasformati.
Tutto il passato (ehi, parlo di antenati, anfibi, amebe) modellato e cucito con una misura:
speranza.

Presenza.

Mica lo sapevo di volerti bene. Mica me lo sono mai posto il problema.
Mica mi domandavo se eri viva o se sei davvero morta.
Mica dubitavo delle tue parole.
Mica mi meravigliavo se ti ripetevi.
Mica pensavo che tu avessi dei difetti, o dei pregi.
Mica ti chiedevo perché pregavi. Mica me lo dicevi.
Mica ti spiegavo che crescevo. Mica me lo impedivi.
Mica è difficile da capire:
sei qui.


In viaggio.

“I viaggi,i viaggi. Guarda i ricchi: viaggiano.”
Credevo fosse una frase di tua madre, e della madre di sua madre e, insomma, quasi una scrittura proteica incastonata nel tuo Dna: “i ricchi, i principi viaggiano: è la loro scuola”.
Poi penso alla mia foto di bambino di otto anni sul tuo passaporto.
E quando in taxi a Rio ci obbligavano a comprare il caffé: ‘era la mafia’ ed eri tranquilla quando lo dicevi.
A Buenos Aires prendevamo un 384 un po’ scalcagnato. (E non ho mai capito se quell’acqua fosse potabile).
Alla festa di mezzanotte quando i turisti inglesi festeggiavano nella nave aspettavo di mangiare la pizza. Nella cuccetta dormivi di fianco perché la schiena diventasse montagna per i miei soldatini.
E i tappeti a Lisbona? L’oceano?
Sì, nonna, ora capisco quel lungo viaggio: anche il mio Dna, hai voluto arricchire anche il mio Dna.



Suggello.

Non ricordo che cosa hai detto agli altri o degli altri.
Suggello la mia riconoscenza con questa certezza:
non mi hai mai giudicato.
Grazie, nonna. Grazie.


mercoledì 7 novembre 2007

pacco


R. ci tira un pacco. Guardiamo in profondità il pacco.
Inspiro: Pacco - Espiro: Elementi di non pacco
Inspiro: Sangha – Espiro: Sorrido



Cari amici di Sangha,
benvenuti! Come state?
Da parte mia la sensazione prevalente in questi giorni è quella di felicità e completezza ed è un regalo della nuova bimba arrivata in famiglia: A.
Tra i momenti di trepidazione e gioia che un parto porta con sé, volevo condividere con voi il momento in cui ho tagliato il cordone ombelicale della piccola A.: un momento in cui si è naturalmente concentrati e in presenza mentale: spontaneamente ho regalato ad A. queste parole:
Respira, sei viva!
Ops, ma le abbiamo già incontrate da qualche parte! :-)

Così questa mia prima condivisione è un intreccio di meditazione e quotidianità…

La seconda condivisione è un vero e proprio pacco.
Per un impegno (come si usa dire?) inderogabile, non posso partecipare fisicamente con voi ai primi due incontri.
Non so voi, ma per me la prima sensazione è stata quella di delusione.
E allora via a respirare: respiro ‘delusione’.
Aspetto che questa sensazione si lasci abbracciare e mi sveli anche una sfumatura di rabbia.
Lascio a voi respirare le vostre sensazioni: indifferenza, senso di inganno, confusione, risentimento, dubbio o semplicemente senso di sollievo….
Certo è comodo per me far parte di un sangha che abbraccia i propri oggetti mentali, ne vede l’impermanenza e li lascia andare…fiuuu :-)

Adesso che nel pacco c’è “+ spazio”, invito voi a mettere dentro qualche cosa.
D’altra parte non diciamo sempre che i fiori di loto crescono nel fango (ok un altro punticino a mio favore, ma questa era un po’ tirata…)
E allora: dove vedo ‘pacco’, posso vedere anche elementi di ‘non pacco’; e voi?
Intanto nel pacco metterei qualche domanda: chi è rossano? Chi sono gli altri membri del sangha? Chi è presente qui in questo momento? O, meglio: dove finisce ognuno di noi e dove inizia l’altro?
Qual è la percezione alla base della ‘sensazione che qualcuno mi abbia tirato un pacco’?
È forse la percezione di un sé separato?
Questo ci può aiutare anche nella meditazione e particolarmente con le tradizioni in cui viviamo o a cui ci richiamiamo. Ad esempio Buddha ci invita a considerare che: “siamo vuoti”, ossia che per esempio buddha e noi non siamo due entità separate. Il buddha è in me/voi e io/noi in lui.
Ehi, ma questa è una bella notizia! Di colpo non solo buddha ma anche r. può dire: ci sono, sono qui con voi!
Allora connettiamoci…vediamo un po’ di attivare le frequenze d’onda che ci permettono di rimanere in connessione: amore, attivato; consapevolezza, attivata; concentrazione, attivata.
Ok, allora connessi, si parte :-)
Un abbraccionissimissimo.
r.

ruminatio settimanale

"i Buddha sono chiamati Buddha perché non sono prigionieri delle idee"