giovedì 20 novembre 2008

misura


Sembra strano che proprio a Napoli sia maturato in me il senso della MISURA.
(chissà, forse perché avendo il dente avvelenato nei confronti del moralismo.... in questa terra permissiva mi sono sentito più disponibile...)
Il post precedente "Che cosa appare separato? " può essere letto proprio come una traccia, un resoconto sulla consapevolezza di una possibile moralità, lì dove i processi non appaiono separati dalla loro Intelligenza.
Mi spiego facendo l'esempio di processi che sembrano coinvolgerci di più emotivamente (ma vale per qualsiasi processo biochimico):
sesso, denaro, cibo, successo... sono processi che possono essere vissuti autonomamente, possono essere vissuti come fossero separati da ciò che comportano per me, l'altro, l'ambiente etc etc
Una volta, però, che rimaniamo nella comprensione della non-dualità, della non-separazione, possiamo scoprire un'Intelligenza del sesso, del denaro etc etc
Nel momento in cui accolgo ogni processo nella sua interdipendenza,
vivo quel processo con Intelligenza.
Meditando posso quindi chiedermi:
qual è l'intelligenza del sesso, del denaro, del cibo....?
( e sapendo che l'intelligenza è correlata all'interessere posso chiedermi:
che cosa comporta per me, per la mia famiglia, gli altri, il mio ambiente....)
e sapendo che l'intelligenza è correlata alla gioia
una conseguenza di queste domande potrebbe essere un'altra meditazione: sorrido al sesso, al cibo, al denaro....
Faccio fatica a non banalizzare, per cui rimando alla pratica della meditazione sull'interdipendenza dei fenomeni: l'insistere sulla dimensione dell'unità e dell'interdipendenza degli eventi potrebbe aprire la strada ad intuire l'Intelligenza sulla natura dei processi che ci appaiono separati e a non soffrirne le conseguenze di una loro illusoria prevaricazione nella nostra vita.

Ci può essere una moralità, un senso della misura.
Meditando, gli estremi (da una parte il giudizio moralista, dall'altra il 'tutto è lecito e che sia subito') appaiono illusori, irreali;
meditando, la realtà si rivela nella sua interdipendenza
e la non-separazione ci suggerisce il senso della misura,
ci suggerisce che la nostra felicità è intimamente legata alla Realtà e al suo dharma.

che ce voffa?


ps:
caro sangha,
a volte succede.
a volte i post sono come piccole palle di neve...in discesa e quindi sollevano altra neve fresca...
così ricevo domande e mi sento di girarvele sia per condividere sia perché mi accorgo che nello scrivere rimangono spesso zone d'ombra....

così, a proposito dell'intelligenza e del dharma,
mi viene chiesto se:
"dharma" abbia una validità atemporale..."

adesso rubo 5 minuti al lavoro e rispondo

anche se un pò in fretta e con quel desiderio un pò poco zen di volersi togliere subito un sassolino dalla scarpa invece di ascoltarne le ragioni:
allora, 'dharma' ha una validità atemporale?
certo che no!

attueremmo un'altra separazione, quella tra un piano temporale/quotidiano e uno atemporale in cui pescare delle leggi precostituite: questa si chiama Magia e la lasciamo ai maghi o ai venditori di spiritualità....
dharma è piuttosto un colore di fondo in cui si gioca la partita della nostra creatività....
l'intelligenza è sempre nuova !
la misura non si dà mai una volta per tutte !
per questo ogni tentativo di moralismo o di dispotismo viene a cadere: si nutre di un illusorio passato o di un futuro immaginario e non contempla la realtà presente....
non ammette la trasformazione.
lo stesso concetto di interdipendenza è solo un concetto,
non è -ovviamente- la realtà,
ma mi pare che possa bene indicare una possibile via, un possibile invito a contemplare nella pratica quotidiana l'emergere di una misura.
ehi, per non fraintenderci: dietro queste parole e questi simboli c'è solo biochimica!
non confondiamo il linguaggio con la realtà:
stiamo traducendo in un linguaggio condiviso delle intuizioni...
ma la coscienza è c h i m i c a.
ehi, non lo sapevi che anche buddha era costituito da processi biochimici e sottostava a leggi fisiche?
(e indagare questi processi è il compito di un'altra creatività, quella definita scienza)
Noi ci accontentiamo di sperimentare come la natura propria di quel processo biochimico chiamato buddha sia vuota,
vuota di un sé separato.

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